Ed Sheeran e Macklemore: non prendere posizione significa comunque prenderne una
C’è un momento in cui dichiararsi neutrali smette di essere una posizione neutrale. Succede soprattutto quando una persona ha il potere, la visibilità e la possibilità concreta di scegliere da che parte stare, ma decide di non farlo per non compromettere il proprio equilibrio. La vicenda che coinvolge Ed Sheeran e Macklemore, estromesso dalle restanti date americane del Loop Tour dopo aver pronunciato sul palco le parole “Free Palestine”, porta esattamente qui: non soltanto alla questione della libertà di espressione di un artista, ma alla domanda molto più scomoda su cosa significhi essere “apolitici” quando la politica entra direttamente nella tua tournée, nei tuoi concerti e nelle persone che hai scelto di portare sul palco.

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La notizia è arrivata il 14 settembre. Macklemore, che avrebbe dovuto aprire otto dei dieci concerti ancora previsti nella parte statunitense del tour di Sheeran, non si esibirà più nelle date rimanenti. Il promotore Messina Touring Group ha spiegato che alcuni degli stadi interessati avevano comunicato che non avrebbero consentito lo svolgimento dei concerti con Macklemore in scaletta, sostenendo che mantenere il rapper avrebbe potuto portare alla cancellazione degli spettacoli e coinvolgere centinaia di migliaia di spettatori.
Il problema? Macklemore aveva parlato della Palestina.
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ToggleMacklemore ha detto “Free Palestine” e questo è bastato
Durante i due concerti al MetLife Stadium del 4 e 5 settembre, Macklemore ha utilizzato il palco per parlare apertamente di Gaza e della Cisgiordania occupata. Ha gridato “Free Palestine”, ha mostrato immagini della devastazione a Gaza e ha cantato Hind’s Hall, il brano di protesta dedicato alle manifestazioni filopalestinesi alla Columbia University. Al secondo concerto ha inoltre cercato di chiarire che criticare le azioni di Israele non significa attaccare le persone ebree, ribadendo il proprio messaggio di pace, dignità, rispetto e uguaglianza per tutti.
Le sue dichiarazioni hanno provocato reazioni immediate. Alcuni gruppi filoisraeliani hanno accusato il rapper di aver trasformato il concerto in un’occasione di propaganda e l’Israeli-American Council ha lanciato una petizione per chiedere a Sheeran di rimuoverlo dal tour. Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium, ha poi confermato di aver deciso di non permettere a Macklemore di esibirsi nel proprio stadio, citando quelli che ha definito suoi recenti comportamenti, il materiale mostrato durante gli spettacoli e una più ampia storia di retorica e immagini antisemite che, a suo giudizio, avrebbero ferito profondamente la comunità ebraica. Ma criticare Israele non significa criticare gli ebrei.
È importante dirlo chiaramente: antisemitismo e critica al governo israeliano non sono la stessa cosa, così come sostenere i diritti dei palestinesi non significa automaticamente essere contro gli ebrei. Allo stesso tempo, qualsiasi artista può essere criticato quando utilizza generalizzazioni offensive o messaggi che qualcuno ritiene antisemiti. Ma la questione centrale, in questo caso, è un’altra: cosa succede quando la risposta a una posizione politica consiste nel togliere a quell’artista il palco?
Ed Sheeran dov’è?
È qui che la vicenda diventa particolarmente interessante, e anche particolarmente irritante.
Perché Ed Sheeran, almeno pubblicamente, non ha ancora preso una posizione chiara sulla vicenda. E proprio questa assenza pesa. Il promotore ha parlato di venue che non avrebbero accettato Macklemore; Macklemore ha invece raccontato una versione molto più precisa, sostenendo che Kraft avrebbe fatto pressione su Sheeran e su altri proprietari di stadi, arrivando a un ultimatum: se Macklemore fosse rimasto nel tour, alcuni di quei concerti non si sarebbero potuti svolgere. Secondo il rapper, Sheeran gli avrebbe poi comunicato che le parole “Free Palestine” e la bandiera palestinese erano state considerate offensive da alcune delle persone con cui aveva parlato e che non era riuscito a superare la propria posizione pubblica da artista che “non prende posizione”.
Non abbiamo, al momento, una dichiarazione pubblica di Sheeran che confermi integralmente questa ricostruzione, e sarebbe interessante conoscere la sua versione.
Perché se davvero non è stato lui a chiedere l’esclusione di Macklemore, potrebbe dirlo. Se ha subito pressioni dai proprietari degli stadi, potrebbe raccontarlo. Se ritiene che Macklemore abbia superato una linea, potrebbe spiegare quale. Se invece ritiene che il suo amico abbia il diritto di parlare di Palestina, potrebbe dirlo altrettanto chiaramente.
Invece, per ora, il silenzio. E il silenzio, quando sei uno degli artisti più famosi del mondo, non è esattamente invisibile.
“Non prendo posizione” non è neutralità
Qui entra in gioco una frase di Antonio Gramsci che sembra scritta per questo tipo di situazione: “Odio gli indifferenti”.
Nel testo del 1917 Odio gli indifferenti, Gramsci scriveva: “Credo che vivere vuol dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano”. Non significa che ogni cantante debba necessariamente trasformare ogni concerto in un comizio o che ogni artista debba avere una posizione su ogni conflitto del pianeta. Significa però riconoscere che l’indifferenza non è sempre uno spazio neutro sospeso sopra il conflitto.

A volte è una scelta.
E soprattutto: quando una decisione viene presa intorno a te, non puoi continuare a raccontare di non essere coinvolto soltanto perché non hai pronunciato pubblicamente la tua opinione.
Ed Sheeran non ha inventato il conflitto israelo-palestinese. Non è responsabile delle decisioni di Robert Kraft. Non controlla necessariamente ciò che fanno i proprietari degli stadi e non sappiamo se abbia personalmente chiesto che Macklemore venisse escluso dal tour. Ma è il titolare del tour nel quale Macklemore era stato scelto come artista di supporto. È il nome sulla locandina. È l’artista per il quale quelle persone hanno comprato il biglietto.
E quando uno degli artisti che hai scelto viene allontanato perché ha pronunciato “Free Palestine”, dire che non vuoi prendere posizione non cancella il fatto che una posizione, nei fatti, è stata presa.
Il problema non è che Macklemore abbia parlato
Si può discutere sul fatto che un artista debba utilizzare un concerto per parlare di politica. Si può pensare che il pubblico abbia comprato un biglietto per ascoltare musica e non per assistere a un comizio. Si può anche criticare il modo in cui Macklemore ha espresso le proprie opinioni. Ma c’è una differenza enorme tra dire “non sono d’accordo con quello che hai detto” e dire “per questo non puoi più salire su quel palco”.
La seconda possibilità è molto più pericolosa. Perché se accettiamo che un artista possa essere eliminato da un tour perché le sue opinioni politiche (che parlano letteralmente di diritti umani) creano problemi con i proprietari delle venue, con gli sponsor, con i gruppi di pressione o con una parte del pubblico, allora dobbiamo essere coerenti: vale per Macklemore e deve valere per tutti.
E qui emerge anche un’altra contraddizione difficile da ignorare. Nel corso dell’estate il Raymond James Stadium di Tampa ha ospitato due concerti di Ye, l’artista precedentemente noto come Kanye West, nonostante la sua lunga storia di dichiarazioni antisemite e altre controversie. Nel caso di Macklemore, invece, due parole, “Free Palestine”, sono diventate sufficienti per provocare pressioni sulla sua presenza nel tour.
Le situazioni non sono identiche e non è necessario fingere che lo siano. Ma il confronto pone una domanda legittima: chi decide quali opinioni sono abbastanza offensive da meritare l’esclusione da un palco?
E soprattutto: perché il criterio sembra cambiare così facilmente a seconda di chi parla?
La neutralità è molto comoda quando non sei tu a pagare il prezzo
Forse è questo il punto che rende più difficile accettare l’atteggiamento di Sheeran, almeno per come è emerso pubblicamente finora.
Essere “apolitici” è molto più semplice quando nessuno ti chiede di scegliere.
Quando invece qualcuno viene allontanato dal tuo tour proprio perché ha espresso una posizione politica, non sei più davanti a una discussione astratta sulla neutralità. Sei dentro la questione.
Macklemore lo ha detto in maniera estremamente diretta nella sua dichiarazione: secondo il rapper, Sheeran si sarebbe trovato in una posizione difficile e avrebbe dovuto affrontare una scelta tra le proprie relazioni, le pressioni dei proprietari degli stadi e il proprio desiderio di non esporsi. Macklemore ha definito quella posizione una sorta di “typical apolitical stance” e ha raccontato di aver avuto con Sheeran conversazioni difficili sulla vicenda.
E forse è proprio qui che l’artista “apolitico” dovrebbe smettere di esserlo.
Non perché debba diventare necessariamente filopalestinese, filoisraeliano o sostenitore di una specifica soluzione politica. Ma perché, davanti alla possibilità che un collega venga silenziato per ciò che ha detto, la domanda non dovrebbe essere soltanto “come faccio a non essere coinvolto?”.
Dovrebbe essere anche: “Che cosa significa per me permettere che accada?”.
Non servono tutti gli artisti del mondo, ma servono artisti capaci di parlare
Non penso che tutti i cantanti debbano trasformarsi in attivisti. Non credo nemmeno che un artista debba necessariamente condividere le mie opinioni politiche per meritare di esibirsi. Ma proprio per questo trovo importante distinguere la libertà di non avere un’opinione dalla comodità di non volerla esprimere quando esprimerla potrebbe avere un costo.
Perché Macklemore quel costo lo sta pagando.
Ha perso otto date del tour statunitense. Ha attirato critiche, accuse di antisemitismo e una quantità enorme di attenzione mediatica. Avrebbe potuto scegliere di stare zitto. Avrebbe potuto cantare, incassare il cachet e lasciare la politica fuori dal palco. Non lo ha fatto.
Si può essere d’accordo o meno con lui. Si possono contestare alcune sue parole. Si può discutere all’infinito sul modo in cui affronta il conflitto. Ma almeno ha scelto di esporsi. Ed Sheeran, invece, per ora ha scelto di non farlo.
E questa è una scelta che merita di essere interrogata, soprattutto perché il suo silenzio arriva nel momento esatto in cui un artista che faceva parte del suo spettacolo è stato rimosso dopo aver espresso pubblicamente il proprio sostegno alla Palestina.
“Odio gli indifferenti”
“Odio gli indifferenti” non significa che dobbiamo odiare chi non pubblica una storia su Instagram ogni volta che accade qualcosa nel mondo. Significa rifiutare l’idea che l’indifferenza sia sempre innocente.
Perché non scegliere può essere una scelta. Non parlare può essere una scelta. Lasciare che siano altri a decidere può essere una scelta.
E soprattutto, quando sei una persona con milioni di fan, enormi risorse economiche e un palcoscenico davanti a decine di migliaia di persone, il tuo silenzio non ha lo stesso peso del silenzio di chiunque altro.
Ed Sheeran potrebbe ancora spiegare la propria posizione. Potrebbe dire che Macklemore ha sbagliato. Potrebbe dire che è stato costretto dalle venue. Potrebbe dire che non condivide la sua lettura del conflitto. Potrebbe dire che crede nella libertà di espressione anche quando non è d’accordo con ciò che viene espresso.
Qualunque cosa scelga di dire, sarebbe comunque meglio del silenzio.
Perché mentre Macklemore perde il palco per aver pronunciato due parole considerate troppo scomode, Free Palestine, l’artista che quel palco lo controlla, almeno in parte, continua a non prendere posizione.
Ma la storia ci ricorda che la neutralità non esiste sempre. E forse, davanti a un artista che viene allontanato perché ha parlato, non prendere posizione significa semplicemente lasciare che siano altri a prendere quella posizione al posto tuo.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






