Amabili resti: il libro che mi ha ricostruito l’anima
Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama e sul finale del libro.
Ho iniziato Amabili resti di Alice Sebold per un motivo molto semplice: tra una lettura di Julia Quinn e l’altra, avevo visto un pezzo del trailer del film e, senza sapere praticamente nulla della storia, ho pensato: «Ok, voglio leggere il libro». Non avevo particolari aspettative, ma nella mia testa si era già formata un’idea abbastanza precisa di quello che avrei trovato: mi aspettavo un giallo, magari un thriller, una storia in cui una ragazza viene uccisa, qualcuno indaga, il colpevole viene scoperto e, alla fine, arriva una qualche forma di giustizia.
E in effetti Amabili resti contiene tutti questi elementi: c’è un omicidio, c’è un assassino, ci sono delle indagini, ci sono dei sospetti e c’è una famiglia che cerca disperatamente di capire che cosa sia successo a Susie. Ma quello che non mi aspettavo era che, alla fine, il vero cuore del libro non sarebbe stato il crimine.
Non mi sono ritrovata davanti alla semplice storia di una ragazza assassinata e di un uomo da smascherare, ma davanti a un libro sul lutto, sul trauma e soprattutto sulle persone che rimangono. Su come si possa continuare a vivere quando qualcuno che amiamo viene portato via all’improvviso e in maniera violenta, lasciandoci soltanto domande, rabbia, ricordi e un’assenza impossibile da colmare.
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ToggleLa mia recensione su Amabili Resti
Susie Salmon e il suo personalissimo paradiso
Susie Salmon ha quattordici anni quando viene assassinata. Il suo assassino è George Harvey, un vicino di casa che in paese molti considerano semplicemente un uomo strano, forse un po’ inquietante, ma tutto sommato innocuo. È proprio questa normalità apparente a rendere la sua figura ancora più disturbante: Harvey non è il mostro che tutti immaginerebbero, quello che si aggira per le strade facendo paura a chiunque lo incontri. È un uomo dall’aria perbene, qualcuno che può vivere vicino ad altre famiglie senza destare immediatamente sospetti. Ed è proprio lui ad attirare Susie in una buca che ha costruito, dove la violenta e la uccide, per poi fare a pezzi il suo corpo e cercare di farlo sparire.

Da quel momento la vita della famiglia Salmon cambia per sempre, mentre Susie si ritrova a guardare tutto da un luogo che non è più la Terra. Ed è qui che Alice Sebold introduce l’elemento che rende il romanzo così particolare: è Susie stessa a raccontare la storia, anche se Susie è morta. Dal suo personalissimo paradiso osserva quello che accade sulla Terra, guarda la sua famiglia, segue le indagini, osserva il suo assassino e assiste impotente alla vita che continua senza di lei.
Il suo paradiso non è un luogo uguale per tutti, ma qualcosa che sembra costruirsi anche intorno ai suoi desideri, ai suoi ricordi e alle cose che avrebbe voluto vivere. E forse è proprio questa la cosa più interessante: Susie è morta, ma non ha smesso di essere legata alla vita. Continua a guardarla, a desiderarla, a interrogarsi su quello che sarebbe potuto accadere e, soprattutto, continua ad amare le persone che ha lasciato indietro.
Un giallo che non parla davvero dell’assassino
Per buona parte della lettura ho continuato ad aspettarmi qualcosa che probabilmente mi sarei aspettata da un giallo più tradizionale: volevo sapere come sarebbero andate avanti le indagini, se qualcuno avrebbe capito la verità, se George Harvey sarebbe stato scoperto, come avrebbe reagito la famiglia e quale sarebbe stata la sua sorte. Ma il bello, e forse anche la particolarità, di Amabili resti è che il lettore non deve davvero chiedersi chi sia l’assassino, perché lo sa fin dall’inizio.
Non c’è il classico mistero da risolvere, non c’è la ricerca del colpevole attraverso indizi nascosti e non c’è nemmeno la suspense costruita intorno alla sua identità. Sappiamo chi è Harvey. Susie sa chi è Harvey. Il vero interrogativo diventa quindi molto più difficile: che cosa succede dopo?
Che cosa succede a una famiglia quando una figlia viene uccisa? Che cosa succede a un padre che è convinto fin dal principio che qualcosa non torni, ma non riesce a convincere nessuno? Che cosa succede a una madre che non riesce più a respirare dentro una casa piena dei ricordi della figlia? Che cosa succede a una sorella che continua a crescere mentre la ragazza a cui assomiglia tanto rimarrà per sempre quattordicenne? E che cosa succede a un bambino che non riesce nemmeno a comprendere pienamente dove sia finita sua sorella?
È lì che ho capito che il vero mistero di Amabili Resti non era la morte di Susie, ma la vita di tutti gli altri dopo la sua morte.
Un padre che cerca disperatamente di rimanere a galla
Il padre di Susie è uno dei personaggi di Amabili Resti che mi ha colpita maggiormente proprio per il modo in cui vive il dolore. Fin dall’inizio sente che c’è qualcosa che non va in George Harvey. Lo guarda, lo osserva, percepisce qualcosa che gli altri sembrano non vedere, ma nessuno gli crede davvero. E mentre cerca di capire che cosa sia successo alla figlia, si ritrova anche a dover continuare a essere un padre per gli altri suoi figli e un marito, proprio quando dentro di sé sta andando in pezzi.
Mi ha colpito molto questa parte perché il libro non racconta soltanto il dolore di un uomo che ha perso una figlia, ma anche la fatica di chi deve continuare a vivere mentre una parte di sé vorrebbe semplicemente fermarsi. Lui vorrebbe trovare Susie, vorrebbe avere risposte, vorrebbe poter fare qualcosa, ma non può combattere contro un nemico che per lungo tempo non riesce nemmeno a identificare. E intanto la sua famiglia ha bisogno di lui.
Deve rimanere a galla, anche quando lui stesso avrebbe bisogno che qualcuno lo salvasse. È una delle rappresentazioni del lutto che ho sentito più vere: non sempre il dolore permette di fermarsi. A volte la vita continua a chiederti di alzarti, mangiare, lavorare, parlare con i tuoi figli, prendere decisioni e andare avanti anche quando dentro di te non c’è assolutamente nulla che vorrebbe farlo.
Una madre soffocata dai ricordi
La madre di Susie vive invece il dolore in maniera completamente diversa. Per lei la casa diventa quasi una prigione, perché ogni stanza sembra contenere una parte della figlia che non c’è più. Ci sono gli oggetti, i ricordi, gli odori, gli spazi che Susie ha abitato e che improvvisamente sono rimasti vuoti. E più passa il tempo, più quelle mura sembrano stringersi intorno a lei. È come se la presenza di Susie fosse ovunque e, contemporaneamente, fosse impossibile da raggiungere.
Anche questo mi ha fatto riflettere molto sul fatto che non esista un modo corretto di vivere il lutto. Una persona può reagire cercando di restare ancorata a ciò che ha perso, un’altra può avere bisogno di allontanarsi proprio da quello che le ricorda continuamente la perdita. E nessuna delle due sta necessariamente sbagliando.
In Amabili resti il dolore non viene presentato come un percorso ordinato, fatto di fasi precise che prima o poi conducono alla guarigione. È qualcosa di molto più disordinato: avvicina e allontana, distrugge i rapporti, modifica le persone, le porta a compiere scelte che da fuori possono sembrare incomprensibili. E soprattutto dimostra che una stessa morte può essere vissuta in maniera completamente diversa da ogni persona che rimane.
Lindsey diventa improvvisamente la sorella maggiore

Poi c’è Lindsey, la sorella più piccola di Susie, che dopo la sua morte diventa improvvisamente la sorella maggiore. È una delle situazioni più dolorose di Amabili Resti, perché Lindsey continua a crescere mentre Susie rimane per sempre ferma all’età in cui è morta. E Lindsey porta addosso anche il peso di assomigliarle. Gli altri continuano a vedere Susie in lei, mentre lei ha bisogno di essere riconosciuta per quello che è: una ragazza diversa, una persona che è ancora viva e che ha davanti a sé una vita che deve poter vivere.
Mi ha colpita molto il modo in cui questa parte della storia mostra quanto una perdita possa finire per modificare anche l’identità di chi rimane. Lindsey non perde soltanto una sorella: perde anche il ruolo che aveva all’interno della propria famiglia e si ritrova a crescere in mezzo al dolore degli adulti, cercando contemporaneamente di costruirsi una propria vita.
E in qualche modo è proprio lei a ricordare a tutti che la morte di Susie non può trasformare l’intera famiglia in una fotografia congelata nel tempo. Susie è morta, ma Lindsey è viva. E il fatto che sia viva non significa che la ami meno, che l’abbia dimenticata o che il suo dolore sia meno importante.
Quel bambino che non sa dove sia finita Susie
Ancora più dolorosa è la situazione del fratello piccolo, che per un certo periodo non riesce davvero a comprendere che cosa sia successo a Susie. Gli adulti intorno a lui non hanno il coraggio di pronunciare quella parola così semplice e terribile: morta. E così anche lui rimane sospeso in una sorta di limbo, senza avere gli strumenti per comprendere fino in fondo l’assenza della sorella.
È una delle parti che mi ha stretto maggiormente il cuore perché mostra quanto, nel tentativo di proteggere qualcuno dal dolore, si possa finire per lasciarlo ancora più solo davanti a qualcosa che non comprende.
La morte è una parola terribile, soprattutto quando riguarda una persona amata, ma è anche una parola necessaria. Prima o poi bisogna pronunciarla, perché soltanto riconoscendo quello che è successo si può iniziare, lentamente e dolorosamente, a fare i conti con l’assenza. E questo vale per tutti i personaggi del romanzo: nessuno può davvero cominciare a vivere dopo Susie finché continua a comportarsi come se Susie potesse ancora tornare.
Il vero protagonista di Amabili Resti è il dolore di chi resta
È proprio qui che Amabili resti mi ha sorpresa più di quanto avrei immaginato. Pensavo di leggere un libro su un omicidio e mi sono ritrovata a leggere un libro sulle conseguenze di quell’omicidio. Pensavo che il protagonista fosse Susie, ma in realtà Susie è anche il filo attraverso cui possiamo guardare tutti gli altri.
Dal suo paradiso lei osserva le persone che ama mentre cercano di andare avanti e noi assistiamo insieme a lei alla trasformazione di quella famiglia. Li vediamo soffrire, allontanarsi, sbagliare, cercare di ricominciare e, lentamente, trovare un modo per continuare a vivere. Ed è proprio questo il paradosso che attraversa tutto il romanzo: Susie è morta, ma continua a guardare la vita; la sua famiglia è viva, ma per molto tempo sembra quasi incapace di vivere davvero.
La morte di una persona non mette in pausa il mondo. Il giorno dopo il sole continua a sorgere, le persone vanno al lavoro, i bambini vanno a scuola, le stagioni cambiano e il resto del mondo continua a esistere. Ma per chi ha perso qualcuno, tutto questo può sembrare quasi un’ingiustizia. Come può il mondo continuare a funzionare normalmente quando la tua vita è stata distrutta?
Amabili resti racconta proprio questo: la difficoltà di accettare che il mondo non si sia fermato e, contemporaneamente, la necessità di imparare a viverci di nuovo.
Un libro doloroso, a volte anche troppo
Non è stata una lettura semplice e non credo che Amabili resti sia un libro che possa lasciare completamente indifferenti. Ci sono momenti molto dolorosi e anche piuttosto tosti, soprattutto considerando l’età di Susie e la violenza che subisce. Alcune scene mi hanno stretto il cuore e in più di un’occasione mi sono ritrovata a piangere disperatamente.

Allo stesso tempo, però, non posso dire di aver amato ogni singola parte di Amabili Resti. A volte l’ho trovato un po’ melenso e in alcuni passaggi ho avuto la sensazione che si dilungasse troppo su determinate scene o emozioni, quasi perdendo per un momento quella forza che invece ho trovato nei passaggi dedicati alla famiglia e al lutto.
È una sensazione che ho avuto soprattutto quando la storia insisteva a lungo su alcune situazioni che, personalmente, avrei preferito fossero raccontate in maniera più asciutta. Nonostante questo, però, non sono quei momenti ad essere rimasti dentro di me. Alla fine della lettura, quello che mi è rimasto è stato molto più forte dei difetti che ho trovato.
Una prospettiva narrativa che non avevo mai incontrato
Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è sicuramente la prospettiva narrativa. Non avevo mai letto un giallo raccontato dalla vittima stessa, una vittima che osserva il proprio assassino, la propria famiglia e il mondo dal luogo in cui si trova dopo la morte. E non avevo mai incontrato un paradiso raccontato in questo modo, così personale e legato alla soggettività di chi lo vive.
Questa scelta permette ad Alice Sebold di raccontare contemporaneamente due storie: quella di Susie, che cerca di comprendere la propria morte e ciò che avrebbe potuto essere la sua vita, e quella delle persone che sono rimaste sulla Terra e devono imparare a vivere senza di lei. Il risultato è un libro che continua a giocare sul confine tra vita e morte, mostrando come a volte sia proprio chi è vivo ad avere più difficoltà a lasciar andare qualcosa.
Susie, infatti, deve imparare che non può tornare indietro e che la vita che avrebbe dovuto vivere non può essere recuperata. Ma anche la sua famiglia deve imparare qualcosa: che continuare a vivere non significa tradire Susie.
E poi arriva il finale
Ed è soprattutto arrivando alla conclusione che Amabili resti mi ha conquistata definitivamente. Perché dopo aver letto un libro che, almeno all’inizio, avevo percepito anche come un giallo, mi aspettavo una sorta di giustizia finale. Mi aspettavo forse che Harvey venisse scoperto, punito, che tutto trovasse una sua conclusione e che il lettore potesse finalmente chiudere il libro con quella sensazione di ordine ristabilito che spesso accompagna le storie di questo tipo. Ma non è quello che succede.
E, sorprendentemente, ho apprezzato molto questa scelta.
La conclusione non si concentra sulla vera giustizia, ma quasi sul karma, su una sorta di conseguenza che arriva senza bisogno di trasformare il finale in una perfetta punizione giudiziaria. E forse è proprio la soluzione migliore per una storia come questa, perché una giustizia perfetta sarebbe stata quasi una bugia (e basta accendere il telegiornale, per averne la testimonianza).
Susie non può tornare in vita. La sua famiglia non può tornare quella di prima. Nessuna condanna potrebbe cancellare quello che è successo.
Quello che può cambiare, invece, è la vita delle persone che sono rimaste. E allora il vero finale non è tanto quello dell’assassino, ma quello della famiglia di Susie: il momento in cui quelle persone, dopo aver attraversato dolore, rabbia, senso di colpa e disperazione, riescono lentamente a tornare a vivere.
Non è un libro sulla morte, ma sulla vita
Forse è questo il motivo per cui Amabili resti mi ha lasciato così tanto. Perché, alla fine, non credo sia davvero un libro sulla morte. È un libro sulla vita. Sulla vita che continua quando non dovrebbe continuare, sulla necessità di alzarsi dal letto anche quando vorresti soltanto rimanere lì, sulla difficoltà di accettare che le persone che ami possano non esserci più e sulla possibilità, un giorno, di riuscire a ricordarle senza che ogni ricordo faccia necessariamente male.
È un libro che parla di quanto sia difficile lasciare andare qualcuno senza dimenticarlo e di come il lutto non abbia una scadenza precisa. Non esiste un giorno in cui improvvisamente tutto torna a posto. Esiste, piuttosto, la possibilità di imparare a convivere con un’assenza e di costruire una vita che non cancelli quella che c’era prima.
E forse è proprio questa la cosa che Susie deve comprendere dal suo paradiso: non può tornare indietro, non può vivere gli anni che le sono stati tolti, non può impedire alla sua famiglia di cambiare. Ma può lasciarla andare. E può permettere alle persone che ama di continuare a vivere.
Il libro che non sapevo di aver bisogno di leggere
Sono partita pensando di leggere un giallo come gli altri. Mi sono ritrovata davanti a una storia sul lutto, sul trauma, sulla rabbia e sulla capacità, quasi incredibile, delle persone di continuare a vivere anche quando qualcosa dentro di loro si è spezzato. Ed è probabilmente proprio per questo che Amabili resti mi ha ricostruito l’anima.
Non perché sia un libro perfetto, perché non lo è. Non perché ogni sua parte mi abbia convinta, perché alcune le avrei preferite diverse. E nemmeno perché mi abbia dato tutte le risposte, perché forse alcune risposte non esistono.
Mi ha ricostruito l’anima perché mi ha fatto guardare il dolore da una prospettiva diversa e mi ha ricordato che sopravvivere non significa dimenticare. Significa imparare a portare con sé ciò che è successo senza permettere che quella perdita diventi tutta la propria vita.
Amabili resti mi è piaciuto, mi ha fatto male, mi ha fatto arrabbiare e mi ha commossa. Ma soprattutto mi ha lasciato qualcosa che va oltre la semplice soddisfazione di aver letto una bella storia. Mi ha fatto sentire qualcosa. E per me, alla fine, è questo che rende un libro davvero importante.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






