Simone Pillon ha diffamato Omphalos e dovrà pagare 30mila euro di risarcimento

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Com’è quella storia? Chi semina raccoglie, e mentre Simone Pillon si accinge a minacciare di denunciare le persone che secondo lui lo avrebbero diffamato sotto alcuni post su Facebook, la Corte d’Appello di Firenze lo ha condannato per aver diffamato l’associazione Omphalos nel 2014, e la sentenza è definitiva. Essendo avvenuta diverso anni fa, la prescrizione non vale, e Pillon, che non si arrende al fatto che l’omofobia costi e ha annunciato il ricorso alla Corte Europea, se n’è avvalso per evitare la condanna penale.

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Il processo risale al 2014. Simone Pillon ai tempi era stato ritenuto colpevole, poi però la Corte di Appello aveva ribaltato la condannata e quindi fu scagionato. Tuttavia, nell’estate del 2021, è stato depositato il ricorso della Procura Generale della Repubblica contro la sentenza, e questo si aggiunse a quello già presentato nella prima metà del 2020 dalla stessa associazione per la parte civile.

Ai tempi, il presidente di Omphalos LGBT accolse «con grande soddisfazione la notizia del ricorso della Procura della Repubblica», in quanto «la massima corte» adesso ha il compito di «doversi esprimere su quanto accaduto e confidiamo che venga pienamente ripristinata la condanna al Sen. Pillon, già inflitta in primo grado. Nessuno si può permettere di dire che Omphalos “adesca minorenni” o che “istiga ai rapporti omosessuali”, infangando e diffamando il lavoro trentennale di centinaia di volontari e attivisti che hanno sostenuto la lotta alle discriminazioni nella nostra regione».

Esatto, la critica politica consisteva nell’affermare che Omphalos adescasse minorenni e istigasse a rapporti omosessuali. Se per il giudice della Corte d’Appello questo era plausibile, non lo era per la Procura, che ritiene «sicuramente diffamatorio affermare, come ha fatto l’imputato, che il rappresentante di Omphalos ebbe a pronunciare parole che istigavano all’omosessualità», come se poi si potesse effettivamente istigare all’omosessualità. Ma, dopo aver atteso tanti lunghi mesi, o meglio, dopo aver sofferto per anni e anni a causa di quella sconfitta, la Corte di Cassazione ha deciso di esprimersi, e adesso la Corte d’Appello lo ha ritenuto colpevole.

Simone Pillon deve pagare: ha diffamato Omphalos

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Essere omofobo, e diffamare, costa. €30.000 nello specifico. Se dici che un’associazione LGBT, con i suoi interventi nelle scuole, mira ad “adescare minorenni” o istiga “ai rapporti omosessuali“, di certo non stai dando una tua opinione, né stai criticando politicamente, ma stai diffamando. E non lo dice lo staff di Cup of Green Tea, bensì la Appello di Firenze nel procedimento a carico di Simone Pillon per diffamazione ai danni di Omphalos LGBTI, associazione, e dei suoi attivisti. Il processo ha avuto una lunga strada, ma per fortuna è giunto al lieto fine per la giustizia.

La Corte di Appello di Firenze ha prosciolto l’imputato solo in quanto il reato si è estinto per intervenuta prescrizione, ma, ritenendo sussistente in capo all’ex senatore della Lega il reato di diffamazione contestatogli, Simone Pillon è comunque stato condannato a pagare le statuizioni civili della sentenza di primo grado e alla provvisionale di €30.000, riconosciuta dal Tribunale di Perugia, e dovrà anche farsi carico delle spese legali di tutti i gradi di giudizio. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene.

Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos LGBTI, commenta: «Siamo pienamente soddisfatti per questa ulteriore vittoria giudiziaria, viene ristabilita la verità e accertato definitivamente che Pillon aveva gravemente diffamato l’associazione raccontando falsità sull’operato dell’associazione nelle scuole umbre. Come già avevamo detto in più occasioni, l’associazione utilizzerà questi fondi per incrementare le proprie attività di sensibilizzazione, contrasto al pregiudizio e lotta al bullismo omolesbobitransfobico nelle scuole».

A L’Espresso, l’avvocata Saschia Soli che ha difeso Omphalos Perugia insieme all’avvocato Marco Florit, ha detto che «è una questione di principio di diritto, dire certe cose mette veramente in allarme sia i genitori dei ragazzi coinvolti nelle scuole, sia gli attivisti. L’ex senatore Pillon in Aula ha parlato da padre. Io da madre, mi metto nei panni di un genitore che dopo aver accolto il coming out del proprio figlio, riceve l’informazione che è un adescatore di minorenni. Se questa è critica politica, si apre il mondo. Siamo soddisfatti della decisione della Corte che ristabilisce un principio sano».

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Simone Pillon, invece, comunica la sua prossima mossa su Twitter: «Ricorrerò per Cassazione e alla Corte europea se necessario. Opporsi alla dittatura del pensiero unico costa caro, ma non ci fermeremo». La dittatura del pensiero unico, però, è la sua, considerando che solo pochi giorni fa ha lodato Provita Onlus che ha cominciato a diffidare le scuole che hanno attivato la carriera alias (senza andare contro nessuno), e chissà con quale carica. Quindi… Il pensiero unico di Provita Onlus, va bene, ma quello di Omphalos LGBTI (che semplicemente non vuole tenersi gli insulti) no.

«Approfondiremo anche questo aspetto, nelle sedi più opportune. Opporsi alla dittatura del pensiero unico costa caro, ma non ci fermeremo. Sono soddisfatto per il proscioglimento in sede penale, ma intendo ricorrere nuovamente contro le statuizioni civili per Cassazione e alla Corte Europea se sarà necessario. Non possiamo permettere che l’educazione dei nostri figli minorenni sia fatta dalle organizzazioni gay, senza che i genitori siano neppure informati. Porto volentieri questo carico non certo facile, pensando a quelle mamme e a quei papà che non hanno gli strumenti culturali o economici per far fronte alla tracotanza delle ideologie. Non ci fermeranno. Avanti, umilmente al servizio della verità».

Il post di Simone Pillon

Ci aggiungiamo un altro dettaglio divertente. Secondo Stefano Bucaioni, quando Simone Pillon ha iniziato quella campagna di denunce (che iniziano con una minaccia di denuncia) nei confronti di persone deboli, sarebbe stato già consapevole della sentenza della Cassazione «e dunque che già prefigurasse che sarebbe stato condannato a pagare una ingente somma. Quell’operazione forse era dettata anche dalla consapevolezza che avrebbe dovuto mettere mano al portafogli. Un’ulteriore condotta fuori da qualsiasi etica professionale».

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