Silvia Sardone, il velo e la politica della provocazione: aiutare le donne o cercare lo scontro?
Il velo islamico è tornato ancora una volta al centro del dibattito politico italiano. Questa volta a far discutere sono alcuni contenuti pubblicati da Silvia Sardone, europarlamentare della Lega e vice di Matteo Salvini, che mostrano il suo confronto con donne che indossano il velo integrale negli spazi pubblici. Le immagini e le dichiarazioni diffuse sui social hanno riacceso una discussione che in Italia si ripresenta periodicamente e che continua a dividere l’opinione pubblica tra chi considera il velo un simbolo di oppressione e chi invece lo interpreta come una libera scelta religiosa.

Il problema, però, non riguarda soltanto il velo. La questione più interessante è il modo in cui viene affrontata. Perché una cosa è discutere di integrazione, diritti delle donne e sicurezza attraverso proposte politiche e strumenti legislativi. Un’altra è trasformare persone comuni in protagoniste involontarie di contenuti destinati a generare polemiche e consenso sui social network.
Ciò che colpisce è soprattutto il confine sempre più sottile tra denuncia politica e spettacolarizzazione. Quando una telecamera viene puntata contro qualcuno che sta semplicemente camminando per strada, il rischio è che il dibattito smetta di riguardare le idee e inizi a riguardare le persone. E quando questo accade, la politica perde inevitabilmente una parte della propria credibilità .
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ToggleChi può davvero identificare una persona per strada?
Non Silvia Sardone, ovviamente.
Uno degli aspetti più controversi della vicenda riguarda la questione dell’identificazione. Nei video diffusi online emerge l’idea che il problema non sia soltanto il velo in sé, ma anche la possibilità di riconoscere chi lo indossa. È un tema legittimo da discutere, ma che dovrebbe essere affrontato all’interno delle regole previste dallo Stato di diritto.
In Italia esistono soggetti autorizzati a procedere all’identificazione delle persone e si tratta delle forze dell’ordine, che operano attraverso procedure precise e nel rispetto delle norme vigenti. Un esponente politico, indipendentemente dal ruolo che ricopre, non possiede tali poteri. Può certamente segnalare una situazione alle autorità competenti, ma non può sostituirsi a esse.
È proprio questo il punto che lascia perplessi. Quando un politico si presenta come una sorta di controllore spontaneo dello spazio pubblico (ci ricorda tanto Matteo Salvini che citofona alla casa di presunti spacciatori), il rischio è quello di alimentare una cultura del sospetto in cui alcuni cittadini vengono percepiti come problematici semplicemente per il loro aspetto o per il loro abbigliamento. Una democrazia, invece, dovrebbe funzionare sulla base di regole uguali per tutti e non sulla discrezionalità di chi possiede maggiore visibilità mediatica.

Se l’obiettivo di Silvia Sardone è aiutare le donne, perché partire dall’aggressività ?
Chi sostiene campagne contro il velo afferma spesso di voler difendere le donne da possibili imposizioni culturali o religiose. È una posizione che può essere condivisa o meno, ma che merita comunque di essere presa sul serio. Proprio per questo motivo è legittimo interrogarsi sui metodi utilizzati.
Se davvero si ritiene che una donna possa trovarsi in una situazione di difficoltà , il primo approccio dovrebbe essere quello dell’ascolto. Nessuna persona si sente aiutata quando viene filmata senza consenso, esposta al giudizio pubblico o trasformata nel simbolo di una battaglia politica. Al contrario, un atteggiamento del genere rischia di generare ulteriore chiusura e diffidenza.
Se l’intenzione fosse realmente quella di tendere una mano, basterebbe avvicinarsi con rispetto e chiedere semplicemente se quella persona ha bisogno di qualcosa. Una domanda gentile vale più di cento slogan. Perché aiutare qualcuno significa mettersi in relazione con lui come essere umano, non usarlo come argomento per una campagna social.
Quando il linguaggio smette di essere politico e diventa offensivo
A rendere ancora più controversa la vicenda è il linguaggio utilizzato nei confronti delle donne che indossano il velo integrale. Definire delle persone con espressioni denigratorie significa oltrepassare il confine tra critica e insulto. E quando si arriva a questo punto, il dibattito pubblico si impoverisce inevitabilmente.
Si può essere contrari al niqab o al burqa senza per questo negare la dignità di chi li indossa. La politica dovrebbe essere in grado di distinguere tra una critica rivolta a un simbolo culturale e il rispetto dovuto alle persone. Quando questa distinzione scompare, il rischio è quello di ridurre individui reali a semplici bersagli polemici.

ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
C’è poi un aspetto che rende la situazione ancora più paradossale. Molte comunità immigrate in Italia hanno conosciuto sulla propria pelle cosa significhi essere giudicate attraverso stereotipi e generalizzazioni. Per questo motivo ci si aspetterebbe una particolare sensibilità verso il pericolo di classificare le persone sulla base dell’origine, dell’aspetto o della religione. E invece sembra ripetersi lo stesso meccanismo: qualcuno decide chi è accettabile e chi non lo è.
L’integrazione non si costruisce con una telecamera accesa
L’integrazione è un processo complesso che richiede investimenti, mediazione culturale, scuola, lavoro e occasioni di incontro. Non nasce dalle provocazioni e non cresce attraverso i contenuti virali. Non nasce dalle urla e da una telecamera in faccia. Ogni volta che un problema sociale viene ridotto a un video di pochi minuti, si perde inevitabilmente una parte della sua complessità .
La verità sembra, tuttavia, che l’onorevole Silvia Sardone voglia solo mandare via le persone islamiche dall’Italia, senza un vero e proprio interesse per la loro libertà di scelta o per il loro benessere. Possono avere il volto coperto, solo non in Italia. Quindi la missione non sembrerebbe essere quella della libertà delle donne, quanto più della deportazione di queste persone dall’Italia. E questo ha un nome ben preciso, che tutti, purtroppo, conosciamo.
I social network premiano lo scontro, la semplificazione e l’indignazione. La politica tuttavia dovrebbe fare l’opposto: spiegare, approfondire e trovare soluzioni. Per questo motivo episodi come questo finiscono spesso per produrre più divisione che comprensione reciproca.
La vera domanda, alla fine, non è se una donna che indossa il velo debba essere fermata per strada e ripresa con uno smartphone. La domanda è se una società che vuole definirsi democratica e inclusiva possa permettersi di sostituire il dialogo con la spettacolarizzazione. Perché quando una persona diventa un contenuto, il rischio è che la sua umanità passi in secondo piano. E questo non aiuta nessuno, nemmeno le donne che si dice di voler difendere.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


