Iran: emessa la prima condanna a morte dopo le proteste

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L’Iran è sotto i riflettori a livello mondiale, mentre in Italia il problema principale è Carlotta Rossignoli che ha eliminato il profilo Instagram. Perché parliamo ancora di Iran? Perché il governo ha emesso la sua prima condanna a morte per le proteste che hanno scosso la leadership clericale del Paese dopo l’ucciso di Mahsa Amini e non solo: da quando la 22enne è stata uccisa il 16 settembre, il clima di scontento nel Paese non si è mai arrestato e donne come uomini non hanno mai smesso di manifestare e ricordare quello che è stato fatto a Mahsa e anche ad altre donne che manifestavano.

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Le accuse verso la polizia iraniana sono quelle di aver picchiato a morte Mahsa Amini, arrestata per aver indossato un “hijab improprio” e morta durante la custodia. Tuttavia, un capo della polizia iraniana ha categoricamente negato tutte le accuse. Intervenendo a una conferenza stampa lunedì, il capo della polizia di Teheran, il generale di brigata Hossein Rahimi, ha affermato che le affermazioni che Mahsa Amini  è stata picchiata o in qualche modo maltrattata sono “completamente false”.

«Improvvisamente ha avuto un problema cardiaco mentre era in compagnia di altre persone che ricevevano una guida [ed] è stata immediatamente portata in ospedale con la collaborazione dei servizi di emergenza», ha detto la polizia. Il presidente Ebrahim Raisi ha ordinato al ministro dell’Interno di aprire un’inchiesta sul caso. Diversi legislatori hanno affermato che solleveranno il caso in parlamento, mentre la magistratura ha affermato che formerà una task force speciale per indagare.

Amnesty International intanto ha denunciato la situazione: «Le circostanze che hanno portato alla morte sospetta in custodia della giovane donna di 22 anni Mahsa Amini, che includono accuse di tortura e altri maltrattamenti in custodia, devono essere indagate penalmente. La cosiddetta ‘polizia della moralità’ di Teheran l’ha arrestata arbitrariamente tre giorni prima della sua morte mentre applicava le leggi del Paese sul velo forzato abusivo, degradante e discriminatorio. Tutti gli agenti e i funzionari responsabili devono affrontare la giustizia».

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In più, è stata uccisa anche un’altra ragazza: Hadith Najafi, «uccisa da 6 proiettili nella città di Karaj». A ciò si aggiunge anche che la paura per le atlete che hanno gareggiato a livello mondiale senza hijab e ancora alle giornaliste anglo-iraniane che sono state apertamente minacciate di morte per aver parlato di quel che sta accadendo in Iran. La CFWIJ (Coalition for Women in Journalism), tra l’altro, ha anche denunciato come almeno 20 giornaliste sono detenute in tutto il paese da quando sono scoppiate le proteste. La situazione è più tragica di quel che si crede, e ora arriva anche la condanna di morte.

L’Iran e la pena di morte per le manifestazioni per Mahsa Amini

Le manifestazioni per la morte di Mahsa Amini vanno avanti da ormai quasi due mesi, e questo ha spinto le autorità a scatenare una repressione che ha portato alla detenzione di migliaia di persone. Alcuni sono stati accusati di reati che potrebbero incorrere nella pena di morte in un paese che secondo Amnesty International è secondo solo alla Cina nel mondo per numero di persone giustiziate ogni anno. L’accusato è al momento ignorato, ma sarebbe stato condannato a Teheran.

I suoi reati? «Aver appiccato il fuoco a un edificio governativo, disturbo dell’ordine pubblico, assemblea e cospirazione per commettere un crimine contro la sicurezza nazionale» e in più ha l’accusa di essere «un nemico di Dio e corruzione sulla terra», come riporta domenica il sito web giudiziario Mizan Online. Un altro tribunale di Teheran ha condannato altri cinque a pene detentive da cinque a 10 anni per «cospirazione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale e disturbo dell’ordine pubblico».

Solo in questo mese, 272 dei 290 legislatori iraniani hanno chiesto alla magistratura di applicare la pena di morte, in una giustizia retributiva “occhio per occhio” contro coloro che «hanno danneggiato la vita e le proprietà delle persone con armi da taglio e da fuoco». Mahmood Amiry-Moghaddam, il direttore della ONG con sede in Norvegia Iran Human Rights, ha affermato che almeno 20 persone sarebbero state accusate di morte, secondo le informazioni ufficiali.

Ha detto di essere molto «preoccupato che le condanne a morte possano essere eseguite frettolosamente. La comunità internazionale deve inviare un forte avvertimento alle autorità iraniane che l’esecuzione della condanna a morte per i manifestanti non è accettabile e avrà pesanti conseguenze». Ma figuriamoci se all’Occidente importa qualcosa di persone non bianche, bionde e con gli occhi azzurri che vengono uccise mentre cercano di far valere i propri diritti.

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Sul The Guardian leggiamo che Mizan e altri media locali hanno anche affermato che la magistratura ha accusato più di 750 persone in tre province per il coinvolgimento in recenti rivolte, mentre più di 2.000 persone sono state accusate, quasi la metà delle quali a Teheran, dall’inizio delle manifestazioni, secondo i dati della magistratura. Ovviamente fra gli arresti ci sono anche quelli di attivisti, giornalisti e avvocati.

Secondo l’ONG Iran Human Rights, almeno 326 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza a seguito delle proteste a livello nazionale. Di queste persone, almeno 123 sono state uccise nella provincia del Sistan-Baluchistan, al confine sud-orientale dell’Iran con il Pakistan, la gran parte il 30 settembre quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti dopo la preghiera del venerdì a Zahedan, la capitale del Sistan-Baluchistan (il cosiddetto “Bloody Friday“).

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