La storia di Giorgia Orsi non può essere normalità

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È stata cacciata dall’aula del polo San Tommaso dell’Università dove avrebbe voluto consumare il pranzo che si era portata da casa: Giorgia Orsi, paziente oncologica e invalida al 100%, si è trovata a vivere una situazione disumata da parte del personale dell’Università dove studia. Insieme a lei c’erano altri studenti, che sono usciti dall’aula o hanno smesso di mangiare, ma per la studentessa è diverso: lei non ha la possibilità di stare in posti affollati, tantomeno di stare al freddo. E sentire due adulti urlarle contro, e addirittura tacciarla come una bugiarda, è davvero scandaloso.

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Non tutti gli studenti sono uguali, lo abbiamo capito ancor di più nel post-Covid. Tantissimi studenti si sono trovati a chiedere di continuare con la didattica a distanza per aver salva la propria vita, o semplicemente per poter continuare a studiare: parliamo di studenti disabili, ma anche di studenti caregiver, o ancora studenti lavoratori. Alcune università sono andate incontro a queste necessità, come ad esempio l’Università degli Studi di Perugia, che permette la didattica mista a diverse categorie di studenti, ma altre, come l’Università degli Studi di Bari, ha scelto di vedere o bianco o nero, senza grigio, e quindi molti studenti si trovano nella condizione di non poter seguire le lezioni.

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La storia di Giorgia Orsi potrebbe essere una di quelle che avrebbe bisogno di didattica mista, ma ricordiamo che è comunque una scelta, se lei vuole studiare in presenza, l’università dovrebbe metterla in condizioni di farlo. Ed è questo il problema: perché Giorgia non ha uno spazio sicuro dove può nutrirsi in sicurezza senza che due adulti insensibili la aggrediscano? Perché si deve sentire inadatta, perché deve sentirsi in colpa per il suo tumore? Perché nel post Covid-19, che doveva “renderci più umani”, ci troviamo a leggere ancora storie del genere?

La storia di Giorgia Orsi

Giorgia Orsi ha raccontato la sua storia a Il Giorno: «Mercoledì scorso pioveva, quindi una ventina di studenti si è fermata in aula a pranzare. Ero in fondo quando è entrata una bidella, urlando che in aula non si poteva mangiare. Quelli che non volevano discutere sono usciti, altri hanno messo via il cibo, io ho fatto presente di essere invalida e di avere un tumore. La donna ha fatto spallucce e se ne è andata», ha raccontato. Ma la storia non finisce qui, perché la bidella è tornata insieme a un uomo che con indifferenza le ha detto che «pure lui se mangia all’esterno senza giacca, si ammala». Ma lui non ha un tumore. Giorgia, sì.

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Giorgia Orsi a Storie Italiane

I due poi l’hanno persino minacciata di chiamare i carabinieri. «Per un attimo ho pensato di farli intervenire, poi ho chiuso la schiscetta e sono uscita. Nel pomeriggio ho comunicato l’accaduto a tutti», aggiunge. Ovviamente, a livello psicologico quest’esperienza è stata devastante per Giorgia Orsi: «quando sono andata in portineria con dei ragazzi, non riuscivo a parlare perché troppo scossa. Da un anno sono in cura da uno psicologo per non identificarmi con il mio tumore. Continuare a ripetere che cos’ho, equivale a rigirare il coltello nella piaga. Sentirmi poi dire che potevo andare al bar, è ancora peggio».

«Ho 26 anni e probabilmente non potrò mai mangiarmi un panino come fanno i miei coetanei. Frequentare i luoghi affollati poi è pericoloso e ancora di più prendere freddo. Quando l’ho fatto presente, praticamente la risposta è stata: allora stai a casa tua».

Giorgia orsi

Quello che ha ferito più Giorgia, già laureata ma che, non potendo lavorare a causa di un’invalidità civile fino al 2024, ha deciso di continuare a studiare, è stato «il senso d’ingiustizia. Vedere due adulti accanirsi su una ragazza fragile. Non mi è piaciuto che non mi credessero, non ci si inventa d’avere un tumore. Ora provo una notevole stanchezza e una sfiducia verso l’istituzione universitaria. Anche se ho ricevuto le scuse». Tra l’altro, dopo il clamore mediatico, l’università le ha proposto di mangiare «in bidelleria».

«Non sono contenta: dovrei fermarmi con chi mi ha discriminata. E poi non sono l’unica studentessa disabile, ce ne sono altri e, se per me potrebbe essere pericoloso mangiare al freddo, a chiunque non fa bene consumare il pasto sotto la pioggia o all’esterno quando le temperature sono basse», ha commentato la ragazza sempre con Il Giorno. Fortunatamente, comunque, Giorgia non è sola. Con lei ci sono i suoi colleghi universitari che hanno organizzato un presidio sotto il rettorato chiedendo di essere ricevuti dal rettore Francesco Svelto.

La solidarietà arriva dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. Giorgia Orsi fa sapere di aver ricevuto una chiamata dalla ministra, e insieme hanno «convenuto che serve un’importante opera di sensibilizzazione: non può essere riconosciuto come disabile solo chi gira in sedia a rotelle o è cieco. Non ci sono disabili di serie A e di serie B». Il rettore, intanto, si è scusato, e in una lettera a tutti i docenti e al personale tecnico e amministrativo dell’Università di Pavia scrive:

«Con grande tristezza ho appreso che una studentessa della nostra università ha subito una grave umiliazione in una nostra aula. Nessun dipendente, dotato di buonsenso, può mettere in dubbio la parola di uno studente che evidenzia una fragilità, peraltro facilmente verificabile. Ribadisco qui il disagio nei confronti di un pessimo episodio. La nostra studentessa stava consumando il pasto in un’aula ed è stata allontanata, quando, invece, ogni studente portatore di fragilità deve potere usufruire delle condizioni più favorevoli di accesso e permanenza in ateneo».

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Il coordinatore dell’Unione degli Universitario Simone Agutoli, ha però sottolineato che «dall’inverno 2019/2020 chiediamo spazi dove poter consumare al caldo il pranzo portato da casa, anche perché la mensa universitaria di corso Carlo Alberto è stata chiusa per la pandemia e mai più riaperta. La motivazione del Covid era assolutamente comprensibile all’inizio, ma adesso non regge più. E quello che è successo a Giorgia è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Lo scorso marzo è stato istituito un gruppo di lavoro del Senato accademico proprio per risolvere questo problema, ma siamo a novembre e i risultati ancora non si vedono. Vogliamo risposte».

Ricordiamo che questo venerdì, 18 novembre, gli studenti (dalle scuole superiori alle università) scenderanno nelle piazze di diverse città italiane, per sottolineare l’importanza di investire nell’istruzione e nel futuro dei giovani.

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