Erasmus e salute mentale: partire con l’ansia, tornare con consapevolezza
Quando si parla di Erasmus, si parla quasi sempre di viaggi, feste, nuove amicizie e libertà. Si racconta un’esperienza fatta di socialità e leggerezza, spesso idealizzata. Ma c’è una parte di cui si parla molto meno: la salute mentale. Considerando che proprio in queste settimane diverse università stanno pubblicando le graduatorie per le mete Erasmus, voglio parlare ora di questo argomento, anche sul mio blog, partendo da una testimonianza che ho riportato qualche settimana fa presso l’Università degli Studi di Urbino.

Mi chiamo Giulia, ho 27 anni e convivo con depressione, ansia e fobia sociale praticamente da tutta la vita. Non sono parole dette a caso, ma condizioni diagnosticate che hanno influenzato ogni mia scelta, ogni relazione e ogni opportunità sin da quando avevo circa 12 anni. L’ansia, per me, non è mai stata solo una sensazione: è sempre stata una voce costante nella mia testa, capace di sabotare tutto. “Non sei abbastanza”, “non ce la farai”, “farai una figuraccia”, “non appartieni a quel posto”.
Quando ho deciso di partire per l’Erasmus a Zadar (trovate la mia avventura in una rubrica: Erasmus), quella voce era assordante. Ricordo perfettamente il momento in cui ho detto al mio ragazzo che non volevo più partire. Avevo paura di tutto: di parlare con le persone, di restare sola in un posto lontano da casa, di non farcela a gestire la situazione.
La verità è che non mi sentivo all’altezza di quell’esperienza. Pensavo che l’Erasmus fosse “per altri”: per persone estroverse, sicure di sé, capaci di adattarsi facilmente. Io non mi riconoscevo in nulla di tutto questo. Poi lui mi disse una frase che mi è rimasta dentro: se non fossi partita, quel rimpianto me lo sarei portata dietro per tutta la vita. Ed è stata quella frase a farmi salire su quel treno, traghetto e bus, non il coraggio.
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ToggleIl mio primo Erasmus: solitudine, studio e piccoli passi
Il mio primo Erasmus non è stato quello che si vede sui social. Non è stato fatto di feste o grandi gruppi di amici. È stato, nella maggior parte del tempo, silenzioso. Passavo i pomeriggi chiusa in camera a studiare, guardare serie tv, rifugiarmi nelle chat online.
Le interazioni sociali erano limitate, e spesso scelte con attenzione. Partecipavo solo ad attività a basso impatto sociale, come la pulizia della spiaggia. In quei contesti non dovevo sostenere conversazioni, non dovevo dimostrare nulla. Potevo esserci, contribuire, senza sentirmi sotto pressione.
Eppure, nonostante tutto, c’era qualcosa che funzionava. Mi ero innamorata dell’università, del modo in cui veniva vissuto lo studio, e della città stessa (andare in biblioteca e trovarsi con il mare alla finestra, indescrivibile). Per la prima volta non mi sentivo solo un numero. Ciò che inizialmente mi ha spinto a fare domanda per l’Erasmus, è stata la necessità di ritrovare la passione per quello che studiavo, e che l’Università degli Studi di Bari mi aveva fatto completamente odiare.

A Zadar, mi sentivo parte di qualcosa. I docenti mi hanno fatto ritrovare l’amore per le lettere antiche (e siamo sinceri, Lettere Classiche è una di quelle facoltà che o le ami, o non ti laurei), con la loro volontà di spingere gli studenti ad apprezzare ogni singola lezione. Era quasi come se fossero loro sotto esame, non io, non noi. Ed è stato questo a spingermi a fare una scelta che non avrei mai immaginato: tornare per un secondo Erasmus, nello stesso posto.
Il secondo Erasmus: trovare persone simili a me
È stato durante il mio secondo Erasmus che qualcosa è cambiato davvero. Non perché l’ansia fosse sparita o la depressione fosse scomparsa. Quelle erano ancora lì. Ma è cambiato il contesto umano intorno a me. Ho incontrato persone simili a me. Persone che non amavano i luoghi affollati, che preferivano una tisana a una serata in discoteca, che trovavano valore nelle conversazioni profonde invece che nella superficialità.
Sia chiaro che non c’è un modo giusto per vivere l’Erasmus: c’è chi preferisce le feste, e chi invece una serata tranquilla. Questo però l’ho capito solo durante il mio secondo Erasmus, quando con le mie nuove amiche abbiamo iniziato a condividere momenti semplici: film romantici, cibo spazzatura, lunghe chiacchierate su emozioni, paure e sogni. E in quei momenti ho iniziato a sentirmi finalmente a casa.
È lì che ho capito una cosa fondamentale: non ero sbagliata. Ero semplicemente in contesti che non mi rappresentavano.
Erasmus Student Network: da vulnerabilità a risorsa
Un altro passaggio importante è stato entrare nell’Erasmus Student Network, dopo essermi laureata e trasferita a Perugia per la laurea magistrale. ESN Perugia mi ha dato qualcosa che non avevo mai avuto prima: un senso di utilità. Attraverso iniziative come il Buddy System e progetti di supporto agli studenti, ho potuto trasformare la mia vulnerabilità in empatia. Ho iniziato ad aiutare altri ragazzi che, magari in silenzio, stavano vivendo quello che avevo vissuto io.
Per la prima volta, le mie fragilità non erano solo un peso, ma diventavano uno strumento per creare connessioni reali. Sarà per questo che alla fine la ragazza timida, ansiosa e che aveva paura di parlare davanti anche solo a due persone, è diventata Presidente di ESN Perugia e ogni giorno continua a mettersi costantemente alla prova.

Erasmus e terapia: un percorso parallelo
È importante dirlo chiaramente: l’Erasmus non è una cura. Non sostituisce la terapia e non risolve magicamente problemi complessi come ansia e depressione. Nel mio caso, il percorso psicologico è stato presente ed è stato fondamentale. Ma l’Erasmus è stato uno spazio di crescita potentissimo.
Mi ha costretta a uscire, anche solo di poco, dalla narrazione che l’ansia aveva costruito su di me. Mi ha messa alla prova. Mi ha fatto scoprire che potevo sopravvivere a situazioni che mi spaventavano. E soprattutto, mi ha fatto capire che il mondo è molto più grande delle mie paure.
Se stai leggendo questo e soffri di ansia, depressione o fobia sociale, voglio dirti una cosa: non lasciare che sia la paura a decidere al posto tuo. Forse partirai e vivrai un semestre difficile. Forse ti sentirai solo. Forse il tuo Erasmus non sarà “perfetto”. Ma potrebbe anche succedere altro. Potresti trovare la tua gente. Potresti scoprire parti di te che non conoscevi. Potresti tornare completamente diverso.
Io non sono la stessa persona che ero prima di partire. Non sono guarita, ma sono più consapevole, più forte e più autentica. So di non essere quel numero che pensavo di essere durante la triennale. So che il problema non sono gli studenti che non passano un esame per diciassette volte, ma i docenti che non riescono a uscire dall’ottica del se boccio, sono un bravo insegnante. Ho compreso che esistono sistemi universitari che valorizzano davvero lo studente.
E soprattutto, so di essere molto più del mio punto di partenza: sono una cittadina europea, una cittadina del mondo, e posso vivere ovunque io voglia.
Cosa mi ha insegnato davvero l’Erasmus
L’Erasmus mi ha insegnato che la salute mentale non è un limite che ci definisce. È una parte di noi che possiamo imparare a conoscere, gestire e integrare. Mi ha insegnato che non esiste un modo giusto di vivere questa esperienza.
E che a volte il passo più difficile, quello di partire, è anche quello che può cambiarti per sempre.
E soprattutto, mi ha insegnato una cosa fondamentale: non vivere nel rimpianto vale sempre il rischio di provarci.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






