Agricoltura in crisi: il cambiamento climatico sta mettendo in ginocchio il Made in Italy, ma la politica continua a voltarsi dall’altra parte
Il riso rischia di sparire dalle risaie italiane, il grano duro produce sempre meno, la vendemmia arriva con settimane di anticipo e perfino il latte cala a causa delle temperature record. Non si tratta più di eventi eccezionali, ma della nuova normalità con cui gli agricoltori italiani sono costretti a fare i conti ogni estate. Secondo Confagricoltura, l’estate 2026 potrebbe costare al settore agricolo oltre 1,5 miliardi di euro tra perdite produttive, aumento dei costi e riduzione delle ore di lavoro.
Mentre chi lavora la terra chiede investimenti e strategie di adattamento, il dibattito politico italiano continua troppo spesso a oscillare tra minimizzazione e negazionismo climatico. Eppure i numeri raccontano una realtà che non può più essere ignorata.

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ToggleIl riso è il simbolo di una crisi sempre più evidente
A lanciare uno degli allarmi più forti è stato Giovanni Daghetta, risicoltore della Cia: “Se non piove entro Ferragosto, un quarto della produzione di riso sarà compromessa.” Non è un’esagerazione. L’Italia resta il primo produttore europeo di riso, ma proprio questa coltura, che necessita di grandi quantità d’acqua, è oggi tra le più esposte agli effetti della siccità.
Secondo Confagricoltura sono già oltre 18 mila gli ettari di risaie persi, mentre la scarsità idrica costringe sempre più spesso ad aumentare le importazioni dai mercati asiatici, indebolendo una filiera che rappresenta un’eccellenza del Made in Italy. Il problema, però, non riguarda soltanto il riso.
Dal grano al vino: nessun settore è al sicuro
Il cambiamento climatico sta colpendo praticamente tutte le produzioni agricole italiane.
Il caso del grano duro è particolarmente significativo. La materia prima della pasta italiana vede diminuire anno dopo anno la capacità produttiva nazionale. Il tasso di autosufficienza è passato dal 78% del 2012 al 56,5%, mentre negli ultimi due anni le importazioni sono aumentate del 17%.
Nel frattempo, le rese sono diminuite del 9% e i costi di produzione sono cresciuti di oltre il 10%.

Anche mais, soia, ortofrutta e vigneti stanno pagando il prezzo di un clima sempre più instabile, fatto di ondate di calore improvvise, grandinate violente e lunghi periodi senza pioggia.
Nel settore vitivinicolo il caldo ha addirittura anticipato la vendemmia in gran parte del Paese, modificando tempi che per decenni erano rimasti pressoché immutati.
Persino gli allevamenti stanno subendo conseguenze dirette: le alte temperature riducono la produzione di latte anche oltre il 10%, mettendo ulteriormente sotto pressione le aziende agricole.
Costi in aumento e redditi sempre più bassi
Alla diminuzione della produzione si aggiunge un problema economico altrettanto grave.
Come ha spiegato Vincenzo Lenucci, direttore dell’Area economica e del Centro studi di Confagricoltura, a giugno i prezzi agricoli sono diminuiti di quasi il 9%, mentre i costi di gestione delle aziende sono aumentati del 4,5%.
Il risultato è una riduzione del reddito agricolo compresa tra il 12 e il 13%.
Gli agricoltori devono investire sempre di più in irrigazione, tecnologie, sistemi di monitoraggio, assicurazioni e strumenti per proteggersi dagli eventi estremi. Ma questi investimenti arrivano proprio mentre i margini economici si riducono.
Come ha sottolineato Piero Mastroberardino, vicepresidente di Federvini, oggi produrre significa sostenere costi sempre più elevati, aggravati dalle perdite causate dagli eventi climatici e dall’aumento delle polizze assicurative.
Il cambiamento climatico non è un’opinione
Di fronte a questi dati dovrebbe essere ormai evidente una cosa: il cambiamento climatico non è una teoria né un’opinione politica. È un fenomeno che modifica concretamente il calendario agricolo, riduce i raccolti, aumenta i costi di produzione e mette a rischio la sicurezza alimentare.
Gli agricoltori non discutono se il clima stia cambiando. Lo vedono ogni giorno nei campi.

Eppure una parte della politica continua a trattare la crisi climatica come un argomento ideologico, quando non arriva addirittura a negarne gli effetti o a minimizzarli. Nel frattempo si continua a parlare molto di battaglie simboliche, mentre le emergenze concrete ricevono risposte lente e frammentarie.
Il risultato è che chi produce il cibo che arriva sulle nostre tavole si trova spesso ad affrontare da solo una trasformazione epocale.
Servono investimenti, non slogan
La Commissione europea ha annunciato l’anticipo di alcuni pagamenti della Politica Agricola Comune e una maggiore flessibilità per aiutare le aziende agricole ad affrontare l’aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti. Sono misure importanti, ma difficilmente sufficienti.
Servono nuovi invasi, una gestione più efficiente delle risorse idriche, ricerca su varietà più resistenti, assicurazioni accessibili e strumenti finanziari che permettano alle aziende di adattarsi a un clima ormai diverso da quello di pochi decenni fa.
Continuare a intervenire soltanto quando l’emergenza è già esplosa significa rincorrere il problema invece di prevenirlo.
'No one wants to be right about this’: Climate change scientists’ horror and exasperation as predictions play out.
— Prof. Peter Strachan (@ProfStrachan) August 2, 2026
"It’s as if the human race has received a terminal medical diagnosis and knows there is a cure, but has consciously decided not to save itself."#Climate…
Il rischio è perdere un patrimonio italiano
L’agricoltura italiana non rappresenta soltanto un settore economico.
È paesaggio, cultura, biodiversità e identità. È il riso della Pianura Padana, il grano che diventa pasta, il vino esportato in tutto il mondo, l’olio d’oliva, i pomodori e centinaia di prodotti che rendono il Made in Italy riconoscibile ovunque.
Se il cambiamento climatico continuerà a essere affrontato con lentezza o, peggio ancora, con il negazionismo, il prezzo non lo pagheranno soltanto gli agricoltori. Lo pagheranno i consumatori, le filiere produttive e un intero patrimonio costruito in secoli di storia.
Perché la crisi climatica non aspetta il prossimo ciclo elettorale. Sta già cambiando il volto dell’agricoltura italiana. E ignorarla non farà tornare la pioggia.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






