«Non siamo oggetti, siamo bambine»: la battaglia delle adolescenti britanniche contro la sessualizzazione delle uniformi scolastiche

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Una petizione lanciata da un gruppo di studentesse dell’Oxfordshire chiede al governo britannico di vietare l’utilizzo delle uniformi scolastiche nella pornografia. Le ragazze denunciano una rappresentazione che associa l’abbigliamento degli studenti a fantasie sessuali e raccontano di sentirsi vulnerabili persino quando camminano per strada con i propri vestiti scolastici.

«Non siamo “sexy scolare”. Non siamo oggetti. Siamo studentesse e, soprattutto, siamo bambine». È da questa presa di posizione che nasce la campagna di un gruppo di adolescenti britanniche, determinate a portare all’attenzione pubblica un problema che riguarda il modo in cui le ragazze minorenni vengono rappresentate nella pornografia e nella cultura popolare. Le protagoniste dell’iniziativa frequentano la Cooper School di Bicester, nell’Oxfordshire, e hanno avviato una petizione per chiedere al governo del Regno Unito di vietare l’utilizzo delle uniformi scolastiche nei contenuti pornografici.

Per le studentesse, non si tratta semplicemente di una questione legata all’abbigliamento, ma di un problema culturale più ampio: quando un’uniforme associata all’infanzia e alla vita scolastica viene trasformata in un costume erotico, il confine tra la rappresentazione di una fantasia adulta e la sessualizzazione dell’immagine delle minorenni diventa motivo di preoccupazione. Le ragazze sostengono che questi contenuti contribuiscano a normalizzare un’associazione tra giovinezza, vulnerabilità e desiderabilità sessuale, con conseguenze che possono superare lo schermo e influenzare il modo in cui le adolescenti percepiscono se stesse e vengono trattate dagli altri.

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La campagna è nata all’interno del Little Feminist Book Club, un gruppo scolastico in cui le ragazze discutono di femminismo e questioni sociali. Da queste conversazioni è emersa la volontà di chiedere un cambiamento concreto, rivolgendosi direttamente alle istituzioni. La petizione ha raccolto oltre 26.000 firme e le studentesse hanno scritto al primo ministro, Andy Burnham, per chiedere un intervento legislativo.

Quando l’uniforme scolastica diventa un simbolo sessuale

Per Aylin, 15 anni, l’uniforme dovrebbe rappresentare qualcosa di positivo: un simbolo di appartenenza a una comunità, capace di unire gli studenti al di là delle differenze individuali. La ragazza ritiene, però, che questo significato sia stato compromesso dalla sessualizzazione con cui l’abbigliamento scolastico viene spesso rappresentato nei contenuti per adulti. Un indumento che nella vita quotidiana identifica una studentessa può così essere trasformato in un elemento erotico, caricandosi di significati che non hanno nulla a che fare con l’esperienza reale di chi lo indossa.

Il problema, secondo le ragazze, è che l’uniforme non viene utilizzata soltanto come un costume generico. La sua associazione con la scuola richiama esplicitamente un’età, un contesto e un’identità legati all’infanzia e all’adolescenza. Proprio questa relazione è al centro delle critiche: la rappresentazione erotica non riguarda un vestito qualsiasi, ma un simbolo riconoscibile della vita scolastica, che può evocare deliberatamente l’immagine di una ragazza molto giovane.

Rose, 15 anni, sottolinea che la questione non si limita alla pornografia, ma coinvolge il modo in cui i media e la società rappresentano l’uniforme scolastica nel suo complesso. Un esempio raccontato da Mae, anche lei quindicenne, rende evidente il disagio che questa associazione può generare. Quando aveva 12 anni, la ragazza vide in una serie televisiva una donna adulta, sulla trentina, indossare un costume da “sexy studentessa cattolica” per attirare l’attenzione di un uomo. La scena le fece pensare che il giorno successivo avrebbe indossato un’uniforme simile a quella rappresentata come sessualmente attraente, pur essendo ancora una bambina.

Il contrasto tra queste due immagini è il cuore della protesta: da una parte, ragazze che indossano un’uniforme perché frequentano la scuola; dall’altra, una rappresentazione mediatica che attribuisce allo stesso abbigliamento un significato erotico. Le studentesse chiedono che questa contraddizione venga riconosciuta e affrontata, senza considerare normale che un simbolo dell’infanzia venga associato alla disponibilità sessuale.

La paura di indossare l’uniforme anche fuori dalla scuola

Le conseguenze di questa rappresentazione, raccontano le adolescenti, non si fermano alla percezione che hanno dei contenuti pornografici. Willow, 14 anni, spiega di cercare di non indossare la divisa scolastica in pubblico quando può evitarlo. Una volta tornata a casa, si cambia perché si sente vulnerabile. Mae racconta un disagio simile: camminare per strada con l’uniforme la mette a disagio, anche per la paura di attirare attenzioni indesiderate.

Le loro testimonianze mostrano come un capo d’abbigliamento quotidiano possa diventare, per alcune ragazze, una fonte di preoccupazione. L’uniforme dovrebbe permettere agli studenti di essere riconoscibili come membri di una comunità scolastica, non costringerli a interrogarsi sul modo in cui potrebbero essere guardati o interpretati dagli adulti. Quando una ragazza sente il bisogno di cambiarsi appena uscita da scuola per sentirsi più al sicuro, il problema non riguarda soltanto una scelta personale, ma anche le aspettative e gli atteggiamenti che circondano il corpo femminile.

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A fornire un dato sul fenomeno è un sondaggio del 2018 commissionato dall’organizzazione per i diritti dell’infanzia Plan International UK. Su 1.004 ragazze nel Regno Unito, il 35% delle intervistate tra i 14 e i 21 anni dichiarava di aver subito attenzioni sessuali indesiderate mentre indossava l’uniforme scolastica in pubblico. Il dato riguarda un’indagine di alcuni anni fa e non può essere considerato una fotografia aggiornata dell’intera popolazione, ma contribuisce a contestualizzare le paure raccontate dalle studentesse.

Dopo il lancio della petizione, Mae racconta che centinaia di donne hanno condiviso con il gruppo le proprie esperienze, molte delle quali legate alla sensazione di essere state sessualizzate proprio quando indossavano l’uniforme da bambine. Le ragazze dicono di essersi sentite tradite dagli adulti, ai quali spetterebbe il compito di proteggerle e garantire loro la possibilità di crescere senza essere ridotte a oggetti sessuali.

Pornografia e rappresentazione delle minorenni: cosa prevede la legge britannica

La campagna si inserisce in un dibattito già presente nel Regno Unito sulla regolamentazione dei contenuti pornografici che simulano la presenza di minorenni. Nell’aprile 2026 il governo ha approvato una nuova disposizione, inserita nel Crime and Policing Act 2026, che mira a rendere reato il possesso e la condivisione di materiale pornografico in cui adulti fingono di avere meno di 16 anni. Al momento descritto dalla notizia, tuttavia, la norma non era ancora entrata in vigore.

Secondo Clare McGlynn, docente di diritto alla Durham University e autrice del libro Exposed: The Problem of Extreme Porn, la questione sollevata dalle studentesse merita attenzione anche perché l’uso dell’uniforme scolastica è diffuso nella pornografia mainstream. La studiosa osserva che questa tipologia di contenuti è strettamente legata all’erotizzazione delle ragazze giovani e che il genere pornografico definito “teen” è tra le categorie più diffuse, con collegamenti anche a materiali caratterizzati da rappresentazioni più violente e aggressive.

McGlynn evidenzia inoltre una possibile lacuna nella disciplina approvata dal governo. La norma riguarda gli adulti che fingono di essere minori di 16 anni, ma non è detto che copra automaticamente ogni contenuto in cui compare un’uniforme scolastica. Se una persona viene presentata come una diciassettenne, per esempio, il materiale potrebbe non rientrare nella fattispecie prevista. Per la docente, questa distinzione giuridica non sempre riflette il modo in cui tali contenuti vengono effettivamente rappresentati e percepiti: l’uniforme scolastica continua a evocare l’immagine di una ragazza molto giovane, anche quando il personaggio viene descritto come maggiorenne.

È proprio su questo punto che si concentra la richiesta delle studentesse. Il loro obiettivo è ottenere un intervento specifico sull’utilizzo dell’uniforme scolastica nella pornografia, anziché affidarsi esclusivamente a una norma costruita intorno all’età dichiarata o simulata dei protagonisti. La petizione apre così una questione più ampia: come regolamentare contenuti che, pur non rappresentando necessariamente minori reali, sfruttano simboli e codici visivi associati all’infanzia?

La risposta del governo e la richiesta di un cambiamento culturale

La ministra britannica Alex Davies-Jones, responsabile per le vittime, per il contrasto alla violenza contro donne e ragazze e per la giustizia internazionale, ha espresso il proprio sostegno alle studentesse. Ha dichiarato che le giovani non dovrebbero crescere vedendo le proprie uniformi scolastiche sessualizzate e ha riconosciuto l’importanza della loro iniziativa. La ministra ha inoltre ribadito che la pornografia non dovrebbe normalizzare o glorificare gli abusi sessuali sui minori, richiamando le nuove disposizioni legislative e il più ampio impegno del governo contro i contenuti pornografici dannosi e gli atteggiamenti che possono contribuire alla violenza e agli abusi.

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La dichiarazione riconosce la rilevanza del tema, ma non equivale a un annuncio di approvazione del divieto specifico richiesto dalle ragazze. La campagna punta infatti a ottenere una misura ulteriore, capace di affrontare direttamente la rappresentazione sessualizzata dell’uniforme scolastica. Le studentesse chiedono che le loro preoccupazioni vengano tradotte in un cambiamento concreto e che la tutela dei minori non si limiti alla repressione dei casi più espliciti di abuso.

Per Aylin, anche piccoli cambiamenti normativi e culturali possono contribuire, nel tempo, a costruire un mondo in cui la sessualizzazione delle bambine venga considerata meno normale e le ragazze possano sentirsi più sicure. È una prospettiva che va oltre la singola petizione: mette in discussione il modo in cui la società rappresenta l’adolescenza femminile, il rapporto tra abbigliamento e desiderabilità sessuale e la responsabilità degli adulti nel contrastare stereotipi potenzialmente dannosi.

La richiesta delle studentesse britanniche invita, quindi, a distinguere tra la libertà di rappresentare fantasie adulte e l’utilizzo sistematico di simboli associati all’infanzia per costruire contenuti erotici. Al centro della discussione rimane una domanda: quale messaggio viene trasmesso quando l’immagine di una studentessa viene trasformata in un oggetto sessuale? Per le ragazze della Cooper School, la risposta non può essere affidata soltanto alla responsabilità individuale di chi guarda o produce questi contenuti. Serve anche una riflessione collettiva sulle rappresentazioni che vengono normalizzate e sulle forme di tutela che le istituzioni sono disposte ad adottare.

La loro campagna parte da un gesto concreto, una petizione e una lettera alle istituzioni, ma porta alla luce un problema che riguarda la sicurezza, la dignità e la possibilità delle ragazze di vivere la propria adolescenza senza sentirsi responsabili dello sguardo altrui. Un’uniforme scolastica dovrebbe essere semplicemente ciò che è: un indumento indossato per andare a lezione, non un motivo per sentirsi esposte, giudicate o sessualizzate.

Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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