Caso Fakir: la famiglia sceglie l’avvocato di Cucchi e Aldrovandi, Fabio Anselmo. «Oggi ottenere giustizia è diventato ancora più difficile»
La famiglia di Abderrahim Fakir, il 43enne morto durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna, ha deciso di affidare la propria difesa a Fabio Anselmo, l’avvocato che negli ultimi vent’anni è diventato il simbolo delle battaglie giudiziarie nei casi di persone morte durante interventi delle forze dell’ordine. Lo stesso legale ha seguito le famiglie di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini, contribuendo a fare luce su alcuni dei casi più discussi della storia recente italiana.
Una scelta che, però, ha già avuto conseguenze. Da quando è stata resa pubblica la notizia, gli account social di Anselmo e della senatrice Ilaria Cucchi, sua compagna, sono stati sommersi da insulti, minacce e intimidazioni.

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Intervistato da vdnews, Anselmo racconta come il clima attorno al caso sia diventato estremamente pesante. «Per sporgere querela a tutti dovrei avere a disposizione dieci studi legali», afferma, spiegando di essere stato bersaglio di una vera e propria campagna di odio online.
Secondo il legale, a rendere ancora più difficile il lavoro della difesa sono anche alcune prese di posizione istituzionali. «Non aiutano le dichiarazioni del Governo che esprime solidarietà agli agenti come se il corpo di quell’uomo morto sull’asfalto non ci fosse mai stato. Non c’è un clima sereno», sostiene.
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ToggleI parallelismi con Aldrovandi e Magherini
Per Anselmo, quanto accaduto a Fakir presenta inquietanti analogie con altri casi seguiti in passato. L’avvocato cita in particolare Federico Aldrovandi, morto a Ferrara nel 2005 durante un fermo di polizia, e Riccardo Magherini, deceduto a Firenze nel 2014 dopo essere stato immobilizzato dai carabinieri.

Secondo il legale, le tecniche di immobilizzazione utilizzate durante il fermo di Fakir sono da tempo conosciute come potenzialmente pericolose. «Le posizioni utilizzate dai poliziotti per fermare Fakir sono tutte ampiamente note e riconosciute come pericolose, ma la polizia continua ad utilizzarle», afferma.
Al contrario, il legale dei poliziotti ritiene che dai video «non si nota nulla di esuberante. Siamo in un contesto nel quale si affacciavano alle finestre decine di persone che filmavano, fotografavano e uno dei miei assistiti, avendo una videocamera privata, l’ha accesa per documentare tutto l’intervento e questo mi fa pensare che non ci fosse una riserva mentale di agire in maniera anomala».
La condanna della Corte Europea sul caso Magherini
Anselmo ricorda però una decisione molto importante arrivata pochi mesi fa. A gennaio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per il caso di Riccardo Magherini, stabilendo che lo Stato non aveva garantito una formazione adeguata alle forze dell’ordine sulle tecniche di immobilizzazione delle persone.
Secondo il legale, quella sentenza avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta. «Sono rimasto allibito dal fatto che il Governo abbia perfino presentato ricorso contro quella decisione», osserva, ricordando che il ricorso è stato successivamente respinto.
Tuttavia, punta il dito contro le modifiche introdotte con il cosiddetto scudo penale, inserito nei recenti provvedimenti sulla sicurezza.
La nuova normativa consente infatti al pubblico ministero di non iscrivere immediatamente nel registro degli indagati chi potrebbe aver commesso un reato durante un intervento, qualora emerga una possibile “causa di giustificazione”. Prima viene aperta una fase preliminare di verifica, la cosiddetta annotazione preliminare, e solo successivamente si decide se procedere o meno con un’indagine formale.
Proprio il caso Fakir rappresenta uno dei primi casi concreti di applicazione della nuova disciplina.
Attualmente, infatti, due agenti di polizia e quattro operatori sanitari non risultano indagati, ma sono destinatari di questa procedura preliminare, che dovrà stabilire se il loro comportamento fosse giustificato.
Anselmo: «Di fatto non si sta indagando su un reato»
Per l’avvocato della famiglia Fakir questa impostazione rischia di rendere molto più difficile l’accertamento delle responsabilità.
«Di fatto il pubblico ministero non sta indagando su un fatto che ritiene possa costituire reato», sostiene Anselmo, criticando un sistema che, a suo giudizio, rischia di limitare la possibilità di arrivare alla verità.

Secondo il legale, le norme stanno diventando uno strumento politico più che giudiziario: «Con questo sistema le norme vengono strumentalizzate dalla politica. Ottenere giustizia diventa più difficile.»
«Ho detto alla famiglia che il percorso sarà complicato»
Nonostante ciò, Anselmo ha accettato l’incarico conferito dalla famiglia Fakir. «La famiglia mi ha scelto, si fida di me e spero di non deluderla», racconta. Ma precisa di aver voluto essere completamente trasparente fin dall’inizio. «Ho dovuto essere onesto sulle difficoltà che ci aspettano».
Il legale conclude con parole amare, che riassumono il clima con cui affronta questa nuova battaglia giudiziaria: «Non so come andrà a finire. So solo che questo sistema si deve vergognare».
La vita dovrebbe venire prima del colore politico
Il caso di Abderrahim Fakir si inserisce così in una lunga serie di vicende che hanno riaperto il dibattito sul rapporto tra cittadini, forze dell’ordine e giustizia. Per la famiglia, la scelta di affidarsi a Fabio Anselmo rappresenta la volontà di percorrere la stessa strada intrapresa, anni fa, dai familiari di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini: quella della ricerca della verità, indipendentemente da quanto lunga e complessa possa essere.
Nel frattempo, però, il dibattito pubblico continua a prendere una direzione che rischia di allontanare l’attenzione dalla questione fondamentale. Invece di discutere se durante quel fermo siano stati rispettati i diritti di un cittadino e se lo Stato abbia fallito nel suo compito di proteggerne la vita, la discussione viene trascinata sul terreno dello scontro politico: fascismo contro antifascismo, destra contro sinistra, bandiere italiane contro cortei. Ma il punto non è questo.
Il punto è che nessuno dovrebbe morire durante un intervento delle forze dell’ordine, indipendentemente dal colore della pelle, dalla nazionalità, dalle proprie condizioni psicofisiche o dagli eventuali reati commessi. Pretendere verità e giustizia non significa essere contro la polizia: significa chiedere che lo Stato sia all’altezza della sua funzione, quella di proteggere i cittadini e consegnarli alla giustizia, non di trasformarsi nel loro giudice o, peggio ancora, nel loro boia.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


