Sara Pedri: a un anno dalla scomparsa della giovane ginecologa

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Ci sono storie che continuano a non aver fine, con famiglie che continuano a lottare, giorno dopo giorno, per aver giustizia, davanti a persone che sembrano non importarsi minimamente della vita umana. Una di queste storie è quella di Sara Pedri, la giovane ginecologa la cui auto è stata trovata in un parcheggio in Trentino proprio un anno fa. Sara, così dedita e appassionata allo stesso lavoro che, piano piano, le ha tolto l’anima dal corpo, portandola a suicidarsi, portandola a pensare che il fallimento di aver mollato (a causa del mobbing) fosse più forte dell’amore della sua famiglia, della sua stessa vita.

 «Siamo convinti che Sara abbia compiuto un gesto estremo perché abbiamo visto come si era ridotta. Mia sorella era vittima di mobbing e si era ammalata. Parlava con un filo di voce, non dormiva, non mangiava. Voleva liberarsi da un malessere. E poi carabinieri e Procura, impegnati nelle ricerche, non ci hanno mai fatto sperare che Sara si trovasse da un’altra parte. È nel lago di Santa Giustina, vicino a dove è stata ritrovata la macchina», ha detto la sorella in una recente intervista con Il Corriere della Sera.

Quando persino la famiglia è convinta che la propria figlia, sorella, fidanzata, amica, sia morta, ti rendi conto di quanto grave fosse la situazione. Di come il mobbing sia stato devastante per una ragazza che prima di iniziare a lavorare in quell’ospedale degli orrori, con quel primario che ha dimostrato di non avere l’empatia e la sensibilità che un medico dovrebbe avere, era sorridente, e felice. Ma soprattutto ti rendi conto che quello che la famiglia sta chiedendo è solo di poter seppellire la propria figlia. Un diritto che chiunque dovrebbe avere.

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Sara Pedri

Sara Pedri: le parole della famiglia a un anno di distanza

«È un pensiero brutto, lo so. Pensi che sia lì sotto e nessuno me la porta su. Quando hai quell’immagine nella testa, e ci vivi da un anno, ti disturba sempre di più», ha detto Emanuela, la sorella di Sara. «Come famiglia ci stiamo molto impegnando per tenere vivo il ricordo. Lo facciamo per noi, ci fa stare bene. E se di riflesso la notizia può aiutare altre persone, nella speranza di vedere un cambiamento, questo accresce il nostro sollievo».

«Le ricerche, fatte come l’anno scorso, ripartiranno tra fine marzo e inizio aprile. Speriamo che le condizioni ambientali ci aiutino. Quando parli con le forze dell’ordine ti dicono che lei è lì, in fondo al lago, non ci sono altri indizi o piste». La Repubblica ha anche chiesto alla famiglia di Sara Pedri quale fosse l’ultimo ricordo con la ragazza: «Era il 3 marzo, un mercoledì sera. Mi ha chiamato per mezz’ora, lei era stanca ma più rilassata perché si era dimessa. Forse si era tolto un peso ma non siamo riusciti a dare un’immagine a quel peso».

«L’ho riempita di complimenti, le ho detto che era stata coraggiosa, che si sarebbe aperto un portone, sarebbe andata verso la direzione che meritava, che il suo non era un fallimento. Mi ha detto che si sarebbe finalmente riposata, che avrebbe dormito e fatto passeggiate. Ci siamo salutate così». Tuttavia, quella è stata l’ultima chiamata fra Emanuela e Sara. Il giorno dopo l’ha lasciata dormire, ma evidentemente la sorella non ha retto il peso di quel fallimento che non dipendeva da lei e che, soprattutto, non era un fallimento.

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Sara Pedri

Ha parlato poi del dottor Tateo, che in un’intervista con la Stampa ha negato le accuse sul mobbing su Sara Pedri: «Ma questo non lo ha detto la mia famiglia. Lui è stato licenziato. L’attenzione va rivolta ai fatti, non alle parole. C’è stata la dimostrazione che in quel reparto ci sono stati maltrattamenti, vessazioni, mobbing? Sì, l’azienda sanitaria lo ha detto. Noi abbiamo fatto solo una domanda: cos’è successo a Sara?».

Infine, sempre in un’intervista con la Repubblica, ha raccontato dei programmi di oggi, 4 marzo, per ricordare Sara Pedri: «nella chiesa di Villanova faremo un’adorazione, una preghiera, per 12 ore, dalle 6 alle 18. Alle 18.30, nella chiesa della Cava Santa Maria Ausiliatrice, il vescovo Livio Corazza celebrerà la messa. Il 6 marzo andremo nel parco urbano di Forlì con l’associazione Penelope e l’assessora Rosaria Tassinari. Pianteremo un albero di Liquidambar (le foglie assumono sfumature rosse), e una targa in memoria di Sara. Questo è un modo per trovare un posto per lei, perenne. Avevo bisogno di dedicarle un luogo. Sperando di darle una degna sepoltura».

Piantare un albero significa amare la vita, amare la natura, amare l’infinito, come hai amato tu, Sara. E anche quando nella nostra vita è scoppiato un uragano di
dolore, da questo dolore è nato un seme e poi un albero, poi un altro seme e un albero. Così all’infinito. Ogni creatura è un essere finito che porta dentro di sé il
desiderio dell’infinito. Voglio dire che Sara è vita perché è un albero e poi un seme e poi un albero. Sara è la vostra vita, la nostra vita, la mia vita
.

Madre di Sara Pedri
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Sara Pedri e la madre

La storia di Sara Pedri

Il caso di Sara Pedri ha evidenziato un grave problema di mobbing che da anni veniva praticato nell’ospedale dove la giovane ginecologa lavorava. Il mobbing, per chi non lo sapesse, è una serie di comportamenti aggressivi subiti da un lavoratore da parte di altri colleghi oppure superiori. Secondo l’Oxford Languages è una «sistematica persecuzione esercitata sul posto di lavoro da colleghi o superiori nei confronti di un individuo, consistente per lo più in piccoli atti quotidiani di emarginazione sociale, violenza psicologica o sabotaggio professionale, ma che può spingersi fino all’aggressione fisica».

Non appena i genitori di Sara Pedri hanno fatto esplodere questa bomba, più ginecologhe hanno denunciato la situazione nell’ospedale in cui lavorano o hanno lavorato per poi fuggire non appena possibile. Le ginecologhe che hanno scritto e denunciato all’Azienda sanitaria trentina, all’Ordine dei medici e all’assessora provinciale alla salute Stefania Segnana sottolineano «l’incompatibilità ambientale» del primario del reparto, ormai ex, Saverio Tateo.

Il Corriere del Trentino fa sapere anche che le sei donne si sono rivolte agli avvocati Andrea de Bertolini e Andrea Manca, in modo da iniziare un’azione legale: «L’intenzione delle nostre assistite non era certo quella di screditare l’Azienda sanitaria, il loro datore di lavoro, verso il quale hanno sempre avuto rispetto e garantito massimo impegno e dedizionema di dichiarare la condizione di sofferenza e prostrazione», hanno detto gli avvocati.

Il deputato Paolo Parentela ha invece affermato: «La dottoressa Sara Pedri sarebbe stata colpita sulle mani e addirittura schiaffeggiata con uno strumento utilizzato per i cesarei. Inoltre, sarebbe stata spintonata ed aggredita verbalmente, finanche percossa durante un parto cesareo davanti ad una paziente. Questi comportamenti avrebbero anche, secondo le notizie disponibili, una matrice razzista pare legata alla formazione della professionista all’università di Catanzaro. Il governo deve quindi fare chiarezza immediata, anche per rispetto dei familiari di Sara».

«Avevo paura, paura da morire. Mi sembrava di essere davanti a un tribunale militare, non a colloquio con il mio primario. Ne sono uscita distrutta», ha detto una delle sei ginecologhe informate sui fatti al Gip Enrico Borrelli che sta cercando di capire se e quando ci sono stati dei maltrattamenti da parte dell’ex primario Saverio Tateo e della vice Liliana Mereu nel reparto di ginecologia e ostetricia del Santa Chiara ai danni di 21 tra medici, infermieri e personale sanitario.

La collega di Sara Pedri ha raccontato che una volta ha anche registrato «il colloquio con il telefonino. Una mia collega era uscita dal faccia a faccia con il primario molto provata. Perché i colloqui? Li aveva organizzati con tutti i dipendenti del reparto che avevano sottoscritto una lettera contro i turni di lavoro. Lui a tratti urlava, poi assumeva un tono glaciale». Mentre però le sue colleghe lottano per avere giustizia, Sara Pedri è ancora dispersa. La sorella invita a cercarla, la famiglia piange senza poter seppellire il suo corpo.

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