“In Italia il razzismo non esiste”. Poi arrivano episodi come quello di Bangkok
Ogni volta che si affronta il tema del razzismo in Italia, c’è sempre qualcuno pronto a rispondere con la stessa frase: “Qui il razzismo non esiste”. Si parla di casi isolati, di episodi ingigantiti dai media, di accuse esagerate. Eppure basta guardare quanto accaduto in Thailandia, a Bangkok, negli ultimi giorni per capire che il problema non è affatto scomparso. Anzi, emerge con forza proprio quando alcuni italiani si trovano dall’altra parte, cioè quando sono loro gli ospiti di un altro Paese. È una vicenda che fa riflettere non solo per la maleducazione mostrata, ma anche per l’idea di superiorità che traspare da certi comportamenti.
Table of Contents
ToggleL’episodio sulla metropolitana di Bangkok
Il caso è diventato virale dopo la diffusione di un video girato sulla BTS Skytrain, la metropolitana sopraelevata di Bangkok. Un gruppo di studenti italiani, in viaggio studio, è stato ripreso mentre urlava e rideva ad alta voce all’interno del vagone, disturbando gli altri passeggeri. A quel punto una donna thailandese si è rivolta ai ragazzi con estrema educazione, chiedendo semplicemente di abbassare il tono della voce e ricordando che nel suo Paese sui mezzi pubblici non si urla.
La risposta è stata tutt’altro che civile. Dal gruppo sono partite provocazioni, risate, gesti volgari e soprattutto una frase che ha indignato milioni di persone: “Scusa se porto soldi nel tuo Paese”. A completare la scena sono arrivati anche un dito medio rivolto alla donna e ulteriori insulti, mentre il video iniziava a fare il giro dei social, superando milioni di visualizzazioni e finendo rapidamente anche sui principali giornali thailandesi.

L’arroganza di chi si sente superiore
Quella frase è forse l’aspetto più grave dell’intera vicenda. Non si tratta semplicemente di una battuta infelice, ma di un modo di pensare che purtroppo continua a esistere. L’idea che, siccome si è turisti e si spendono soldi, tutto sia concesso. Come se il contributo economico autorizzasse automaticamente a ignorare le regole della Thailandia ein generale del Paese che ci ospita e a trattare con sufficienza chi ci vive.
È una mentalità che trasforma una vacanza in un rapporto di superiorità, dove chi ospita diventa quasi un semplice fornitore di servizi. Ed è proprio questo atteggiamento ad aver indignato così tanto i cittadini thailandesi, che hanno chiesto pubblicamente spiegazioni all’Ambasciata italiana a Bangkok.
Due pesi e due misure

C’è poi una contraddizione evidente che non può passare inosservata. Da anni una parte del dibattito pubblico italiano ripete che gli immigrati debbano “adeguarsi alla nostra cultura”, rispettare le nostre tradizioni, comportarsi secondo le nostre regole e integrarsi pienamente nella società italiana. Sono spesso gli stessi ambienti politici e culturali che fanno del rispetto delle usanze locali una battaglia quotidiana.
Poi, però, quando gli italiani si trovano all’estero, quelle stesse regole sembrano improvvisamente non valere più. Una semplice richiesta di parlare a bassa voce viene accolta con scherno, arroganza e provocazioni. Se davvero crediamo che chi arriva in Italia debba rispettare la nostra cultura, allora dovremmo essere i primi a fare lo stesso quando siamo ospiti di un altro Paese. Diversamente, non stiamo difendendo un principio: stiamo semplicemente applicando due pesi e due misure.
Ma d’altronde, in Italia è comune farlo. Lo abbiamo visto con le vittime di serie A (gli ucraini) e le vittime di serie B (i palestinesi). Lo abbiamo visto con Roggero che uccide due persone e viene difeso dall’attuale classe politica, mentre i ragazzini che fanno dei crimini devono essere giudicati come gli adulti.
Le scuse ufficiali e il rientro anticipato
La portata dell’episodio è stata tale da costringere l’Ambasciata italiana a Bangkok a intervenire ufficialmente. In un comunicato pubblicato in italiano, inglese e thailandese, la sede diplomatica ha espresso il proprio profondo rammarico per quanto accaduto, chiedendo scusa al popolo thailandese e sottolineando come quei comportamenti non rappresentino né gli italiani né i valori della Repubblica Italiana.

L’Ambasciata d’Italia a Bangkok esprime il proprio profondo rammarico per l’evento riportato in un video diffuso sui social media e condanna con fermezza il comportamento inappropriato di un gruppo di turisti italiani minorenni partecipanti a un viaggio scolastico.
L’Ambasciata porge le sue sincere scuse al popolo thailandese e a tutte le persone coinvolte in questo incidente. Gli italiani comprendono e apprezzano profondamente i valori che la società thailandese attribuisce al rispetto per il prossimo, alla cortesia e alla convivenza armoniosa, valori che sono ugualmente cari e sostenuti dalla Repubblica Italiana.
Il comportamento inappropriato del gruppo di turisti minorenni non rappresenta in alcun modo il popolo italiano, né riflette i valori di rispetto reciproco, amicizia e cortesia che da tempo costituiscono il fondamento delle relazioni durature tra la Repubblica Italiana e il Regno di Thailandia.
Anche il tour operator TravellingFox Estate INPSieme ha preso le distanze dall’accaduto, spiegando che il comportamento dei ragazzi era inaccettabile e annunciando il loro rientro anticipato in Italia. Successivamente alcuni degli studenti hanno pubblicato un video di scuse, nel quale hanno ammesso di aver sbagliato. Proprio il ragazzo che aveva pronunciato la frase più contestata ha riconosciuto pubblicamente che “i soldi non possono comprare il rispetto”, chiedendo perdono alla popolazione thailandese.
Un clima che non nasce dal nulla
Sarebbe però troppo semplice liquidare l’episodio di Bangkok come una bravata adolescenziale. Certi atteggiamenti non nascono dal nulla. Crescono all’interno di un clima culturale in cui il diverso viene spesso raccontato come un problema, in cui la xenofobia viene normalizzata e in cui il linguaggio pubblico è sempre più aggressivo nei confronti di chi ha origini straniere.
Negli ultimi anni questo clima è stato alimentato anche da una politica che troppo spesso ha costruito consenso contrapponendo gli italiani agli immigrati, facendo passare il messaggio che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Basta guardare quanto accaduto dopo la morte di Abderrahim Fakir, un uomo cresciuto in Italia fin da bambino ma originario del Marocco, morto durante un intervento di polizia. Mentre il dibattito politico si concentrava soprattutto sulla difesa preventiva degli agenti coinvolti, dal Governo non è arrivato nemmeno un messaggio pubblico di cordoglio nei confronti della famiglia. Un silenzio che pesa e che inevitabilmente contribuisce ad alimentare la sensazione che alcune vite meritino meno attenzione di altre.
Il razzismo non è solo un insulto
Quando si parla di razzismo, molti immaginano soltanto gli insulti espliciti o le aggressioni fisiche. In realtà il razzismo è spesso molto più sottile. È sentirsi superiori perché si proviene da un determinato Paese. È pensare che il proprio denaro dia diritto a comportarsi come si vuole. È pretendere rispetto senza essere disposti a concederlo agli altri.
L’episodio di Bangkok non rappresenta certamente tutti gli italiani, e sarebbe profondamente sbagliato sostenerlo. Ma rappresenta perfettamente una mentalità che continua a esistere e che troppo spesso viene minimizzata.
Continuare a ripetere che “in Italia il razzismo non esiste” non serve a risolvere il problema. Serve soltanto a far finta che non ci sia. E invece episodi come questo dimostrano che il rispetto non può essere un valore da pretendere soltanto quando riguarda noi stessi: deve essere qualcosa che siamo disposti a praticare ovunque, soprattutto quando siamo noi gli ospiti.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






