Saman Abbas: rinviata l’udienza del padre Shabbar in Pakistan

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Ancora rinviata l’udienza di Shabbar Abbas, padre di Saman Abbas arrestato un mese fa in Pakistan dopo un anno e mezzo di latitanza. Siamo al quarto rinvio, dopo che nella giornata di ieri è comparso nuovamente davanti alla corte di Islamabad, ma il suo difensore non era in aula, e quindi è tutto slittato al 10 gennaio, giorno nel quale, tra l’altro, mancherà un mese all’inizio del processo in Italia nel quale l’uomo figura fra i cinque imputati. Ma ormai è quasi improbabile che sarà estradato per poter essere giudicato a Reggio Emilia per l’inizio del procedimento.

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Saman Abbas

La storia di Saman Abbas comincia il 27 ottobre 2020, quando la ragazza si rivolge ai servizi sociali comunali per chiedere aiuto: lei non vuole sposarsi, né con suo cugino, né con nessun altro che le sia imposto dai genitori. Come le sue coetanee, vuole possedere la libertà di scegliere sulla propria vita e sul proprio futuro, e quindi viene accolta a novembre in un centro a Bologna. L’11 aprile, però, ritorna a casa. La sua scomparsa risale proprio alla fine di questo mese, e coincide con il ritorno della famiglia che, senza se e senza ma, mentre la figlia è scomparsa, decide di tornare in Pakistan, loro paese d’origine.

Sin dal principio gli indagati sono cinque: i genitori, uno zio e due cugini, questi ultimi poiché sono presenti in un video del 29 aprile in cui si vedono tre persone con un secchio, due pale e un piede di porco dirigersi nei campi dietro casa. I genitori e la famiglia ovviamente nega tutto, il padre, Shabbar Abbas, ha riferito a Il Resto del Carlino che la figlia è viva e si trova in Belgio, tuttavia loro non si fanno trovare, né in Pakistan né in Italia. Intanto, oltre a tutti gli affezionati della tragedia, a cercare Saman Abbas c’è il suo fidanzato, il ragazzo scelto da lei e con cui avrebbe voluto scappare.

La ragazza era tornata a casa ad aprile solo per avere nuovamente i suo documenti, ma «al mio arrivo a casa i miei genitori non mi hanno picchiata, ma si sono arrabbiati rimproverandomi di tutto quello che avevo fatto nei mesi scorsi come scappare in Belgio e andare in comunità. Per quanto riguarda i miei documenti, io li ho visti nell’armadio di mio padre, chiusi a chiave», aveva confessato la diciottenne al ragazzo. Saman Abbas aveva già detto al fidanzato di sentirsi in pericolo.

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Saman Abbas

Durante gli scorsi mesi poi è stato una continua ricerca dei familiari, uno zio fu arrestato in Francia, Danish Hasnain, che secondo il fratello di Saman l’avrebbe uccisa (al contrario, scagiona i genitori).

Sempre il fratello minore ha raccontato di come il 30 aprile ci fosse stata una riunione per organizzare l’omicidio di Saman, e sembrerebbe che uno dei presenti avesse detto: «Io faccio piccoli pezzi e se volete la porto anch’io a Guastalla, e la buttiamo là, perché così non va bene». Al momento dei cinque indagati solo la madre risulta ancora irreperibile (il padre è stato arrestato in Pakistan pochi giorni fa), mentre con una soffiata lo zio Danish ha indicato dove si troverebbero i resti della povera Saman Abbas.

Il processo per il padre di Saman Abbas è ancora rinviato

L’udienza per l’estradizione di Shabbar Abbas è stata rinviata ancora una volta, e la giustizia per la 18enne uccisa a Novellara dopo aver rifiutato un matrimonio combinato, sembra essere ancora lontana. L’uomo è stato arrestato da un mese in Pakistan dopo un anno e mezzo di latitanza, e oggi si è presentato davanti alla corte di Islamabad, ma il suo difensore non era in aula e quindi tutto è slittato a gennaio, precisamente al 10, quando mancherà un mese dall’inizio del processo qui in Italia. La madre della ragazza, ricordiamolo, è l’unica ancora latitante.

Quest’ultima, stando a quanto ricostruito, sarebbe fuggita poco prima dell’irruzione delle forze dell’ordine nella loro abitazione in Pakistan, dopo che il 30 aprile 2021 Saman Abbas sarebbe stata sequestrata e uccisa e di cui sono in corso gli accertamenti sui vestiti che potrebbero fornire ulteriori tracce degli esecutori materiali del delitto. «Avremo delle risposte, ma serve tempo per tutte le verifiche», ha detto a Fanpage.it la legale Barbara Iannuccelli dell’Associazione Penelope che si è costituita parte civile.

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«Si rimane senza parole, e questa mancanza di parole dovrebbe essere quella di tutta la comunità pakistana, che dovrebbe insorgere. L’Italia chiede di sottoporre lui e la moglie (la madre di Saman, ancora latitante, ndr) ad un processo in cui possano difendersi ed eventualmente essere assolti. Il comportamento dello stato pakistano ricade sui giovani di quel Paese che vivono in tutto il mondo», ha aggiunto l’avvocata.

Il giornalista pakistano in Italia, Ahmad Ejaz, mediatore culturale e cooperante internazionale che si è occupato delle traduzioni per una celeberrima trasmissione tv, ha detto a IlGiornale.it di non credere «che il Pakistan consegnerà all’Italia una donna» e che quindi la coppia non sarà estradata in quanto «non c’è una reciprocità tra Italia e Pakistan. Sembrava quasi fatta, poi c’è stata la sostituzione del giudice all’udienza fissata a Islamabad, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di una questione burocratica, come tante volte accade in Italia. Senza reciprocità però l’estradizione non è certa. Tuttavia un’estradizione di cortesia sembrava realizzabile».

Ancora, ritiene che se ci sono alcune probabilità che l’uomo venga estradato, per la donna, casalinga, ci sono poche speranze. Riguardo il ruolo di quest’ultima, aggiunge che «quando ho tradotto i documenti, c’era un messaggio inviato dal Pakistan: ‘Uccidete questa ragazza’. Era stato mandato dal fratello di Nazia (il poliziotto che ha minacciato la famiglia di Saqib, il ragazzo amato da Saman ndr). La famiglia della madre di Saman è coinvolta a mio avviso. Il ruolo della madre è evidente anche nell’ultimo video che ritrae Saman la notte della scomparsa».

L’intervista è molto toccante, ed è molto importante continuare a parlare del caso di Saman Abbas finché non otterrà giustizia, in quanto, come sottolinea il giornalista, «penso che la società civile può dare un segnale forte, per dire no ai matrimoni forzati e non calpestare i diritti della seconda generazione. Vedo una grande luce in questi ragazzi, che hanno un’identità molto forte: pakistana e italiana insieme, qualcosa di completamente diverso e nuovo. Sognano l’emancipazione e le leggi potrebbero aiutarli». Aiutiamo i ragazzi e le ragazze quando sono ancora in vita, perché dare loro la cittadinanza italiana da morti, non serve più a nulla.

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