Marco Cappato è indagato per aiuto al suicidio

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Marco Cappato si è autodenunciato: nella giornata di ieri il suo nome è stato scritto nel registro degli indagati con l’accusa di aiuto al suicidio, per aver accompagnato la signora Elena in Svizzera a sottoporsi all’eutanasia. La signora era una malata terminale di cancro, e per questo motivo non ha potuto ricorrere al suicidio assistito in Italia. A scriverlo nel registro degli indagati, il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano.

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Marco Cappato è divenuto famoso nel caso del Dj Fabo, nome d’arte di Fabiano Antoniani, un uomo rimasto tetraplegico e non vedente in seguito a un incidente stradale e che chiedeva l’eutanasia ma che, in Italia, non riusciva a ottenere, ha accompagnato un’altra donna, Elena, a ricorrere all’eutanasia in Svizzera, dove invece è legale. Questo, per lui, significa violare la legge italiana, dove è paragonata, pensate, a un omicidio volontario (art. 575 c.p.), tuttavia se, come nell’art. 579, si verificasse l’omicidio del consenziente, la reclusione sarebbe da 6 a 15 anni.

La Cass. Civile Sez. I n. 21748/07 stabilisce invece che un giudice ha la facoltà di autorizzare la disattivazione dei presidi sanitari di un paziente in stato vegetativo «di cui sia accertata l’irreversibilità secondo standard internazionali, e che [..] questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento». Ma cos’è l’eutanasia? Partiamo dal termine greco, che significa letteralmente buona morte, poiché composto dalle parole greche εὔ-, che significa bene, e θάνατος, che invece significa morte.

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«Sto accompagnando in Svizzera una signora gravemente malata. Solo lì può ottenere quello che deve essere un suo diritto. Sarà libera di scegliere fino alla fine», ha scritto il primo agosto sul suo profilo Facebook Marco Cappato. Nelle ore successive, poi, ha aggiornato la sua pagina spiegando il perché ha dovuto accompagnare la signora fino in Svizzera: «non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia, perché la sentenza della corte costituzionale esclude che possano essere aiutare a morire persone che non sono» legate a una macchina, e la signora Elena era malata di cancro terminale, ma non era legata a una macchina.

Marco Cappato è indagato

Marco Cappato si è nuovamente presentato, dopo cinque anni, alla caserma dei carabinieri di via Fosse Ardeatine a Milano, ma questa volta per un nuovo caso: quello della signora Elena, 69enne residente a Spinera, in Veneto, che aveva un cancro ai polmoni in stadio avanzato, che però non era sottoposta a trattamenti di sostegno vitale e, proprio per questo motivo, non ha potuto chiedere l’eutanasia in Italia e ha dovuto chiedere aiuto a Marco Cappato per accompagnarla in Svizzera.

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Nel documento in cui si è autodenunciato, Marco Cappato ha scritto tutti i passaggi che ha compiuto per aiutare Elena a ricorrere all’eutanasia. In primis, la signora ha chiesto il suo aiuto per non mettere in pericolo i suoi cari, che hanno condiviso la sua scelta. Adesso, però, Cappato rischia fino a 12 anni di carcere per l’accusa di aiuto al suicidio perché la sentenza della Corte costituzionale, che ha depenalizzato in parte il suicidio assistito in Italia, non contempla il caso di Elena.

«Ho sottolineato ai carabinieri che, se sarò nelle condizioni e mi sarà chiesto, continuerò a farlo. Poi valuterà l’autorità giudiziaria se ci sarà la reiterazione di reato. Che senso ha che una persona completamente paralizzata ha diritto al suicidio assistito e un malato terminale di cancro, con un’aspettativa di vita di pochi mesi, non ha diritto a questa scelta e deve affrontare quello che Elena ha definito un inferno. Non è degno di un paese civile», ha detto una volta uscito dalla caserma, insieme all’avvocatessa Filomena Gallo, anche segretaria nazionale dell’Associazione Coscioni.

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