I Promessi Sposi fuori dal biennio: modernizzazione o resa culturale?
La decisione del ministro Giuseppe Valditara di spostare I Promessi Sposi al quarto anno di liceo, togliendoli dal biennio, è stata presentata come una scelta di rinnovamento didattico, un tentativo di rendere la scuola più attuale e più vicina agli studenti. Secondo le nuove indicazioni ministeriali, il romanzo di Alessandro Manzoni non sarebbe più un “classico contemporaneo” e, per questo, dovrebbe essere collocato nel suo contesto storico, cioè l’Ottocento, affrontato nel triennio. A prima vista, l’argomento sembra lineare: studiare le opere nel loro periodo di riferimento. Tuttavia, questa scelta rischia di rivelare una visione riduttiva della letteratura e della funzione stessa della scuola.

Perché la questione non è semplicemente dove collocare Manzoni e I Promessi Sposi nel programma, ma che tipo di formazione si vuole offrire agli studenti nei loro anni più delicati. Per decenni, studiare I promessi sposi nel biennio non è stato un caso né un automatismo privo di riflessione. Era una scelta pedagogica precisa, fondata sull’idea che tra i 14 e i 16 anni gli studenti dovessero affrontare il loro primo grande romanzo complesso, capace di mettere alla prova non solo la comprensione del testo, ma anche la capacità di interpretare, collegare, riflettere.
Il romanzo manzoniano non è solo una storia d’amore ostacolata, ma un intreccio di temi profondi: la giustizia, il potere, la responsabilità morale, il rapporto tra individuo e società, la presenza della storia nelle vite quotidiane. Introdurre i Promessi Sposi nel biennio significava offrire agli studenti un primo contatto con la complessità del pensiero narrativo, abituandoli fin da subito a non fermarsi alla superficie delle cose. Spostarlo più avanti nel percorso scolastico significa, di fatto, rinviare questo tipo di allenamento intellettuale, con il rischio di creare un vuoto proprio negli anni in cui si costruiscono le basi della capacità critica.
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ToggleI Promessi Sposi: la falsa idea di “classico contemporaneo”
L’idea che I promessi sposi non siano più un “classico contemporaneo” solleva inoltre una questione teorica tutt’altro che secondaria. Un classico non è contemporaneo perché appartiene al nostro tempo, ma perché riesce a parlare a ogni tempo. Se si accetta il criterio della “vicinanza” come parametro principale per la scelta dei testi, allora gran parte della letteratura perde senso nel percorso scolastico. Anche Dante Alighieri e la sua Divina Commedia sono lontanissimi dalla sensibilità contemporanea, eppure continuano a essere centrali nella formazione culturale.
Il valore di un’opera come quella di Manzoni non sta nella sua immediatezza, ma proprio nella sua distanza: è quella distanza che costringe lo studente a uno sforzo interpretativo, a un confronto con un mondo diverso, a una riflessione che va oltre l’identificazione immediata. Eliminare o posticipare questo confronto rischia di impoverire profondamente l’esperienza educativa, riducendo la letteratura a qualcosa di più facile, ma anche di meno incisivo.
Il valore educativo della fatica
Dietro la riforma sembra emergere un’idea implicita ma potente: che la difficoltà sia un ostacolo da evitare, soprattutto nei primi anni. Ma è davvero così che si costruisce un percorso educativo solido? La difficoltà, in realtà, è parte integrante dell’apprendimento. Affrontare un testo complesso come I promessi sposi significa imparare a gestire la frustrazione, a sviluppare strategie di comprensione, a lavorare sul linguaggio in modo attivo.
Significa, in altre parole, acquisire competenze che vanno ben oltre la letteratura. Spostare questo tipo di esperienza al quarto anno rischia di trasformarla in un passaggio tardivo, quando molte abitudini cognitive sono già consolidate e più difficili da modificare. Il biennio, invece, è il momento ideale per costruire queste competenze, proprio perché gli studenti sono ancora in una fase di formazione aperta e flessibile.

Le nuove indicazioni ministeriali propongono, in alternativa de I Promessi Sposi, un ampliamento del canone con autori più vicini alla sensibilità contemporanea: da Alberto Moravia a Elsa Morante, da Italo Calvino a Pier Paolo Pasolini, fino a nomi internazionali come Fëdor Dostoevskij, Emily Brontë o Stephen King. Si tratta di una proposta interessante e, per molti versi, condivisibile: ampliare le letture può rendere il percorso più vario e stimolante. Tuttavia, il problema nasce quando questa apertura si trasforma in una sostituzione. Non si tratta di scegliere tra Manzoni e gli autori contemporanei, ma di trovare un equilibrio.
Una scuola davvero moderna non elimina i classici per fare spazio al nuovo, ma costruisce un dialogo tra epoche, linguaggi e visioni del mondo. Leggere Manzoni accanto a Calvino o a Morante, ad esempio, potrebbe offrire strumenti di confronto estremamente ricchi, mostrando agli studenti come la letteratura evolva nel tempo senza perdere la sua capacità di interrogare il presente.
Anche la riorganizzazione dello studio della Divina Commedia segue una logica simile: concentrare la lettura tra terzo e quarto anno, invece di distribuirla lungo l’intero triennio. La motivazione è ancora una volta la difficoltà del testo, che richiederebbe una guida più strutturata. Ma questa scelta rischia di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato. La distribuzione su più anni permetteva un’assimilazione graduale, un ritorno continuo sul testo, una familiarità che si costruiva nel tempo. Concentrarla in un periodo più breve potrebbe trasformare lo studio in un’esperienza più intensa ma anche più superficiale, meno sedimentata. Ancora una volta, sembra emergere una tendenza a comprimere la complessità invece che a gestirla.
Il rischio di una scuola “più facile” ma più povera

Il rischio complessivo di questa riforma è quello di costruire una scuola apparentemente più accessibile, ma in realtà più povera dal punto di vista formativo. Rendere i contenuti più “vicini” agli studenti può facilitare l’ingresso nella lettura, ma non garantisce una crescita reale. La scuola non dovrebbe limitarsi a incontrare gli studenti dove sono, ma accompagnarli verso ciò che ancora non conoscono, verso ciò che richiede sforzo, concentrazione, apertura mentale. In questo senso, I promessi sposi nel biennio rappresentavano un passaggio fondamentale: non perfetto, certo, ma capace di introdurre una dimensione di profondità che difficilmente può essere sostituita.
Modernizzare la scuola (e l’università) è una necessità reale, ma non può essere ridotta a uno spostamento di contenuti o a una semplificazione dei programmi. Richiede un ripensamento più profondo: dei metodi didattici, della formazione degli insegnanti (i 60 cfu erano e continuano a essere un modo per privatizzare e lucrare sulla formazione degli insegnanti senza alcuno scopo reale), degli strumenti utilizzati in classe. Significa trovare nuovi modi per rendere accessibili i classici senza banalizzarli, per coinvolgere gli studenti senza rinunciare alla complessità. Il problema, in fondo, non è se Manzoni sia ancora contemporaneo. Il problema è se la scuola sia ancora in grado di renderlo tale.
Abbiamo appreso che I Promessi Sposi è un libro troppo difficile per il ministro dell'istruzione. Non alla sua portata. Siamo proprio il paese del merito.
— Lorenzo Ciorcalo (@rotovisor) April 24, 2026
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


