Greenpeace: i media italiani danno più spazio pubblicitario ad aziende inquinanti

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Siamo nel 2022 e ancora non si dà troppa importanza al cambiamento climatico, anzi, lo si tende a sminuire o a non parlarne affatto. E se ciò non bastasse, molti media italiani danno più spazio pubblicitario ad aziende inquinanti che al climate change. A evidenziarlo, un report pubblicato qualche giorno fa da Greenpeace, associazione che mira a «proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini».

Un anno fa abbiamo parlato del rapporto dell’ONU, in cui avvisavano che «il peggio deve ancora venire e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli e nipoti, più che noi stessi». Il report fu realizzato con la collaborazione di 234 scienziati di 195 Paesi diversi ed è un «codice rosso per l’umanità. I campanelli d’allarme sono assordanti e le prove sono inconfutabili: le emissioni di gas serra dovute alla combustione di combustibili fossili e alla deforestazione stanno soffocando il nostro pianeta e mettendo a rischio immediato miliardi di persone».

Masson-Delmotte ha affermato «è stato chiaro per decenni che il clima della Terra sta cambiando, e il ruolo dell’influenza umana sul sistema climatico è indiscusso». Le Nazioni Unite hanno aggiunto: «La relazione mostra anche che le azioni umane hanno ancora il potenziale per determinare il futuro corso del clima. È evidente che l’anidride carbonica (CO2) è il motore principale del cambiamento climatico, anche se altri gas a effetto serra e inquinanti atmosferici influenzano anche il clima.»

«Molte caratteristiche del cambiamento climatico dipendono direttamente dal livello di riscaldamento globale, ma ciò che le persone sperimentano è spesso molto diverso dalla media globale. Ad esempio, il riscaldamento terrestre è maggiore della media mondiale, ed è più del doppio dell’Artico», scrivono le Nazioni Unite, parole confermate poi da Panmao Zhai. Le conseguenze saranno tante e potrebbero essere anche irreversibili. Per questo bisogna parlarne quanto più possibile.

Il rapporto di Greenpeace sui media italiani

«Sui principali quotidiani italiani la crisi climatica trova poco spazio, al contrario di quanto avviene per le pubblicità delle aziende inquinanti, che dimostrano di avere una grande influenza sulla stampa italiana», si evidenzia nel report di Greenpeace. L’Osservatorio di Pavia, un istituto di ricerca specializzato nell’analisi della comunicazione, ha esaminato gli articoli pubblicati fra gennaio e aprile 2022 dai 5 quotidiani più diffusi: Corriere della SeraLa RepubblicaIl Sole 24 OreAvvenireLa Stampa, e i risultati sono chiari.

«I risultati mostrano che i principali quotidiani italiani pubblicano in media due articoli al giorno che fanno almeno un accenno alla crisi climatica, ma gli articoli che trattano esplicitamente il problema sono appena la metà. Al contrario, viene dato ampio spazio alle pubblicità dell’industria dei combustibili fossili e delle aziende dell’automotive, aeree e crocieristiche, tra i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta: su Il Sole 24 Ore si contano più di cinque pubblicità di queste aziende inquinanti a settimana.

Negli articoli esaminati, inoltre, le aziende sono il soggetto che ha più voce (18,3%), superando esperti (14,5%) e associazioni ambientaliste (11,3%). La crisi climatica è infine raccontata principalmente come un tema economico (45,3% degli articoli), quindi come un tema politico (25,2%) e solo in misura minore come un problema ambientale (13,4%) e sociale (11,4%)», scrivono nel rapporto di Greenpeace. La ricerca include 52 giorni di analisi, con un totale di 260 pubblicazioni. Sono stati analizzati i contenuti contenenti le seguenti parole chiave:

  • clima
  • climate change
  • climatic-
  • decarbonizzazione
  • effetto serra
  • emissioni climalteranti
  • gas serra
  • global warming
  • riduzione/abbattimento/azzeramento (e sinonimi) delle emissioni
  • riscaldamento/surriscaldamento globale
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Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia, evidenzia che «questo studio dimostra la pericolosa influenza esercitata dalle aziende inquinanti sulla stampa italiana, basti pensare che in quattro mesi, nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte. Grazie alle loro generose pubblicità, che spesso non sono altro che ingannevole greenwashing, le aziende del gas e del petrolio inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione, impedendo a lettori e lettrici di conoscere la gravità dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo».

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Conclude: «Se vogliamo che il giornalismo svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio». La “Classifica degli intrappolati” sarà aggiornata e pubblicata ogni 4 mesi e sarà seguita da un’analoga indagine sui telegiornali e sulle trasmissioni televisive di intrattenimento. I parametri con cui sono stati valutati da Greenpeace i quotidiani, sono i seguenti:

  1. Quanto parlano della crisi climatica;
  2. Se tra le cause citano i combustibili fossili;
  3. Quanta voce hanno le aziende inquinanti
  4. Quanto spazio è concesso alle loro pubblicità;
  5. Se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti.
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«Abbiamo deciso di chiamarla la “Classifica degli intrappolati” per denunciare la pericolosa dipendenza del giornalismo italiano dai finanziamenti delle aziende inquinanti. Se vogliamo preservare la libertà di stampa e consentire a cittadine e cittadini di conoscere la verità sulla crisi climatica, dobbiamo rompere il patto di potere che incatena i mass media all’industria dei combustibili fossili.

Per questo abbiamo lanciato la nuova campagna “Stranger Green” contro il greenwashing e le false soluzioni che ritardano gli interventi di cui abbiamo urgente bisogno per salvarci dagli impatti della crisi climatica, come la terribile siccità e le prolungate ondate di calore di questi mesi. Perché, come recita il sottotitolo della nostra campagna, che si richiama all’immaginario della serie di culto Stranger Things, “Sotto il greenwashing c’è l’inferno climatico”».

Chiara Campione, responsabile dell’unità Corporate di Greenpeace Italia
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