Fuga dei cervelli Gen Z: i dati reali smontano la retorica e raccontano un’Italia che non funziona

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Altro che “voglia di viaggiare” o “esperienza all’estero”, è una fuga dei cervelli. I dati raccontati nell’analisi di Eurispes sono molto più netti e molto più scomodi: una quota crescente di giovani italiani della Gen Z sta seriamente considerando l’idea di lasciare il Paese, e non per curiosità ma per necessità. Non si tratta più di una minoranza ambiziosa, ma di una tendenza diffusa. Le ricerche evidenziano infatti come una percentuale significativa di giovani sia pronta a trasferirsi all’estero in cerca di migliori opportunità lavorative e di vita, segno evidente di una fiducia ormai compromessa nel sistema Italia.

Questo dato si inserisce in un contesto più ampio già confermato da altre rilevazioni: nel 2024 sono emigrati oltre 156 mila italiani, di cui più di 93 mila giovani tra i 18 e i 39 anni, con un aumento del 36,5% rispetto all’anno precedente. «L’Italia perde almeno 34.700 giovani ogni anno e 1,66 miliardi di PIL a causa dell’emigrazione», afferma l’Eurispes. Numeri che non possono essere letti come semplici flussi fisiologici, ma che indicano una perdita strutturale di capitale umano… Ed è qui che si scopre che il problema maggiore in Italia non è l’immigrazione, ma l’emigrazione, la fuga dei cervelli.

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Lavoro e stipendi: il vero motivo per cui la Generazione Z se ne va

Uno dei punti centrali emersi anche nell’analisi è che la spinta principale non è culturale ma economica. I giovani italiani partono perché altrove trovano condizioni migliori. Non è una percezione: circa il 40,5% dei giovani dichiara di lasciare l’Italia per fare esperienze di studio o lavoro più qualificanti, mentre il 26,5% lo fa perché non riesce a trovare un’occupazione adeguata nel proprio Paese. Pensiamo d’altronde a come molto spesso in Italia, nonostante i titoli e anni di studio, non si riesca a raggiungere uno stipendio che copra almeno l’affitto. O semplicemente a come si incontri datori di lavoro che pretendono che i giovani facciano la gavetta, che è un altro modo per dire lavoro estremamente sottopagato.

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Questo dato è fondamentale perché smonta una delle narrazioni più diffuse, ovvero che la Gen Z sia instabile o poco fedele, che non sia affezionata all’Italia e in generale se ne voglia andare per staccarsi dalle proprie radici. In realtà, i giovani sono perfettamente razionali: si muovono dove esistono opportunità concrete. Il problema è che l’Italia, sempre più spesso, non rientra tra queste. Per un paese che rifiuta il salario minimo ma che aumenta lo stipendio di ministri e sottosegretari, non può che essere altrimenti.

A rendere il quadro della fuga dei cervelli ancora più critico è il fatto che la mobilità della Gen Z è molto più alta rispetto alle generazioni precedenti. Secondo un survey recente, il 57% dei giovani si dichiara aperto a nuove opportunità lavorative anche quando è soddisfatto del proprio impiego. Questo significa che trattenere i talenti oggi è molto più difficile, soprattutto se il sistema non offre incentivi reali per restare.

Non è solo fuga: è sfiducia nel futuro italiano

Un altro elemento chiave che emerge è la perdita di fiducia. Sempre più giovani non vedono nell’Italia un luogo in cui costruire il proprio futuro. Questo è il dato più grave, perché non riguarda solo il presente ma anche le prospettive a lungo termine, quindi una fuga dei cervelli che non intendono ritornare. La scelta di partire non nasce da un impulso improvviso, ma da una valutazione lucida: salari bassi, precarietà diffusa e mancanza di meritocrazia rendono il sistema poco competitivo rispetto ad altri Paesi europei. E quando questa percezione diventa condivisa, si trasforma in un fenomeno collettivo.

Non a caso, nel triennio 2022-2024 circa 500 mila italiani hanno lasciato il Paese per cercare condizioni migliori. È un dato che rafforza quanto già evidenziato nell’analisi: la fuga non è episodica, ma strutturale. I giovani infatti studiano in Italia, si laureano (e anche qui, non con poca difficoltà considerando il sistema universitario che non incentiva minimamente gli studenti a studiare), ma poi solo il 67,6% degli under 35 trova un’occupazione entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio.

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La media in Europa è l’81%, in Germania persino al 90%. C’è una bella differenza, in quanto in Italia ci troviamo anche con il tasso di occupazione dei neolaureati (dei giovani, delle persone che possono contribuire a far crescere l’Italia) è oltre venti punti sotto i paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%) e in più, come se questo non bastasse, abbiamo anche una percentuale di NEET tra i 15-29 anni al 22% (leggi questo articolo per informarti sui NEET: Il rapport Neet e la disoccupazione giovanile in Italia), e anche in questo caso è quasi tre volte la media dei Paesi nord-europei (8,7%).

Uno degli aspetti più evidenti, e anche più preoccupanti, è che a partire sono spesso i più qualificati (non per niente si parla proprio di fuga dei cervelli). Il fenomeno riguarda in particolare giovani con competenze elevate, cioè proprio quelli che dovrebbero contribuire allo sviluppo del Paese. Questo paradosso è noto da tempo: l’Italia investe nella formazione (circa, considerando questo governo), ma non riesce a valorizzare le competenze. Di conseguenza, chi ha più strumenti per competere sul mercato globale è anche quello che ha più facilità ad andarsene.

E non si tratta solo di laureati. Il fenomeno della fuga dei cervelli coinvolge anche profili tecnici e professionali altamente richiesti all’estero, come dimostra la crescente mobilità nei settori innovativi e digitali. «Le esperienze di altri Paesi indicano che risultati migliori si ottengono attraverso pacchetti di interventi coerenti e duraturi, più che con singole misure isolate. Per l’Italia l’obiettivo realistico non è l’azzeramento dell’emigrazione ma la costruzione di condizioni che riducano la perdita netta e permettano una partecipazione attiva alla circolazione dei cervelli», afferma l’Eurispes.

Basta retorica: la Gen Z non scappa, viene spinta via

La fuga dei cervelli, la fuga dei giovani non nasce oggi, ma negli ultimi anni ha subito un’accelerazione evidente. E il problema non riguarda solo l’estero. Già all’interno dell’Italia si registra una forte mobilità, con migliaia di studenti che si spostano dal Sud al Nord ogni anno in cerca di opportunità migliori, contribuendo a creare squilibri territoriali sempre più marcati. Questo significa che la fuga è solo l’ultima fase di un processo che inizia molto prima.

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Il punto centrale, anche alla luce dei dati, è che la Generazione Z non sta “fuggendo” nel senso tradizionale del termine. Sta semplicemente scegliendo il contesto più favorevole. E quando un’intera generazione fa la stessa scelta, significa che il problema è nel sistema, non nelle persone.

Continuare a raccontare questa dinamica come una moda o come una mancanza di attaccamento al Paese è una semplificazione che non regge più. I numeri della fuga dei cervelli sono troppo chiari per essere ignorati. La verità è che l’Italia oggi fatica a competere su lavoro, salari e prospettive. E finché questa situazione non cambierà, la decisione più logica per molti giovani continuerà a essere una sola: andare via.

Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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