Brexit: nel Regno Unito mancano birra e manodopera

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Tra Brexit e Covid-19 la Gran Bretagna non sta passando uno dei suoi periodi più fiorenti della sua storia. Infatti, il popolo si continua a lamentare per la mancanza di autisti di camion, di personale negli allevamenti oppure in altri settori in cui in genere la gran parte dei dipendenti è di origine non inglese. In crisi anche i pub, che si trovano senza la preziosa birra. La risposta del governo alle lamentele è di assumere «manodopera britannica». Ma se non sono abbastanza, che si fa?

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Manifestazione anti Brexit
Fonte: Twitter

Finito il mese di agosto, si riprende a lavorare. Le vacanze ormai si vedranno solo fra qualche mese e non saranno di settimane, bensì di qualche giorno per il periodo natalizio. Tuttavia, il rientro è stato disastroso per molti, in particolare per i consumatori britannici che hanno trovato uno shopping molto più salato, in particolare nel settore alimentare che vede carenze di verdure come broccoli o cavolfiori, così come di pasta. La frase «scusi, non ci sono arrivate consegne» sembra essere la più quotata, mentre sono sparite le offerte e gli sconti.

Pensate che persino il McDonald’s sta subendo questa crisi post-Brexit, infatti hanno dovuto eliminare i tanto amati frappè dal menu perché non c’è abbastanza latte. In alcuni ristoranti della catena anche altre bibite sono divenute irreperibili. Per quanto riguarda i camionisti, invece, hanno semplicemente deciso di non tornare più in Gran Bretagna dopo le ferie. Secondo le statistiche del British Retail Consortium (BRC), nei mesi di luglio e agosto i prezzi sono aumentati dello 0,4%, anche nel settore non alimentare dove si arriva allo 0,6%.

Brexit: la Gran Bretagna comincia a sentirne le conseguenze

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Fonte: Twitter

Il 27 agosto scorso le organizzazioni britanniche del settore alimentare e agricolo, quelle che per prime hanno cominciato a sentire il peso della Brexit sul proprio lavoro, hanno inviato al governo un rapporto incentrato sull’impatto della pandemia e sulla politica di immigrazione post-Brexit in cui emerge che in questi ultimi mesi il loro settore ha perso il 13% del persone con più di 500.000 posti vacanti in tutte le aziende di cibo e bevande. Questa carenza sta mettendo «un’enorme pressione sul settore» e sottolinea l’esistenza di una «reale possibilità che si possa raggiungere rapidamente il punto di rottura».

Vengono comunque proposte delle iniziative e delle modifiche da fare per far sì che questa situazione finisca al più presto, ovvero introdurre un visto di 12 mesi che consentirebbe alle persone coinvolte nella catena di approvvigionamento di poter reclutare degli autisti di camion o altre figure che hanno a che fare con la manodopera. Viene anche chiesto di mettere in atto uno schema permanente per l’orticoltura, in modo da avere un piano flessibile e grande.

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Boris Johnson, il più grande sostenitore della Brexit
Fonte: Twitter

«Stiamo vivendo alcuni problemi di approvvigionamento sia con Carling che con Coors, il che significa che in alcuni pub i prodotti non sono disponibili», ha detto un portavoce dell’Afp. A segnalare la mancanza di birra è stata la catena JD Wetherspoon. Ma anche Nando’s a fine agosto ha segnalato che ha dovuto chiudere 45 ristoranti, oppure KFC aveva annunciato ai clienti che il menu sarebbe potuto cambiare. Persino delle catene importanti, dal McDonald’s al KFC, famose in tutto il mondo, stanno cominciando a sentire il peso della Brexit, non immaginiamo quelle più piccole e che non possono permettersi di dare annunci, ma chiudono e basta.

Chissà se questo basta a far capire agli inglesi che hanno votato alla Brexit, o anche a tutti gli italiani che la sostengono e che vorrebbero l’italexit, che l’Unione Europea in fin dei conti era necessaria. Chissà se, ad accorgersene, sarà anche il più grande sostenitore della Brexit, il primo ministro Boris Johnson, che propone delle soluzioni come assumete personale britannico. Concludiamo con le parole di Helen Dickinson, presidente della BCR (British Retail Consortium), dette ai microfoni della BBC:

«La battaglia che i negozi di prodotti alimentari stanno combattendo per contenere i prezzi non sarà sostenibile ancora per molto, perché la pressione sta montando per via dell’aumento dei costi di trasporto, dei prezzi delle materie prime, e della burocrazia legate alla Brexit. Il prezzo del cibo nei prossimi mesi è destinato ad aumentare, a Natale la situazione potrebbe peggiorare per i consumatori che potrebbero avere meno scelta e prezzi più alti per i loro prodotti preferiti».

Autore

  • Giulia, 22 anni, blogger. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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