Qualcosa di Lilla: trama, cast e perché questo film sui disturbi alimentari è necessario

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Ieri sera su Rai 1 è andato in onda Qualcosa di Lilla, un film che arriva in punta di piedi ma che lascia addosso qualcosa di difficile da ignorare. Non è un prodotto pensato per scioccare o per cercare il consenso facile: è una storia che si prende il suo tempo, che osserva, che entra nelle crepe della quotidianità. E proprio per questo riesce a parlare in modo sorprendentemente autentico di un tema ancora troppo spesso trattato male o non trattato affatto: i disturbi del comportamento alimentare, e in particolare la bulimia.

qualcosa_di_lilla_ansa Qualcosa di Lilla: trama, cast e perché questo film sui disturbi alimentari è necessario

Trama e cast: una normalità che si incrina piano

La protagonista è Nicole, una ragazza di quindici anni che vive una vita apparentemente ordinaria, in cui molte adolescenti possono immedesimarsi. Frequenta la scuola, ha le sue abitudini, si muove dentro una realtà che non ha nulla di straordinario, ed è proprio questo il punto. Qualcosa di Lilla non costruisce un mondo eccezionale (stile Skins, per intenderci), ma parte da una normalità riconoscibile, quasi familiare.

Poi, lentamente, qualcosa cambia. La separazione dei genitori, mai davvero elaborata, continua a pesare in modo sotterraneo. Il rapporto con la madre è teso, fatto di distanze emotive e incomprensioni che non esplodono mai del tutto, ma restano lì, a sedimentare. In questo equilibrio fragile si inserisce anche l’incontro con una nuova compagna di scuola, una presenza magnetica che porta Nicole verso dinamiche nuove, più adulte, ma anche più rischiose.

È così che la bulimia entra nella sua vita: non come un evento improvviso o spettacolare, ma come un processo silenzioso, quasi invisibile all’esterno. Una spirale che si costruisce giorno dopo giorno, tra controllo e perdita di controllo, tra bisogno e rifiuto.

cast-qualcosa-di-lilla-1024x584 Qualcosa di Lilla: trama, cast e perché questo film sui disturbi alimentari è necessario

Qualcosa di Lilla si regge su interpretazioni molto misurate. Federica Pala dà a Nicole una fragilità credibile, mai costruita, mentre Alessandro Tersigni e Raffaella Rea, nei panni dei genitori, restituiscono due figure adulte imperfette ma profondamente umane. Non ci sono personaggi “facili”: ognuno resta in bilico tra responsabilità e incapacità di comprendere davvero cosa stia accadendo.

La bulimia: una malattia invisibile di cui si parla ancora troppo poco

Per capire davvero l’importanza di Qualcosa di Lilla, bisogna fermarsi un attimo sul tema che affronta. La bulimia è uno dei disturbi alimentari più diffusi e, allo stesso tempo, uno dei meno riconosciuti. Non ha sempre segni evidenti, non si manifesta necessariamente con un cambiamento fisico immediato come l’anoressia o l’obesità e proprio per questo riesce a nascondersi, a passare inosservata anche dentro le famiglie.

A differenza di altri disturbi, la bulimia vive spesso nella segretezza. È fatta di rituali nascosti, di momenti che avvengono lontano dagli sguardi degli altri, di sensi di colpa che si accumulano senza trovare spazio per essere espressi. E questa invisibilità la rende ancora più difficile da raccontare, perché manca quell’immediatezza visiva che spesso il linguaggio televisivo cerca.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, ma ancora non basta. Il rischio è sempre quello di ridurre questi disturbi a stereotipi: la ragazza fragile, il trauma evidente, la soluzione finale. Una narrazione semplificata che finisce per allontanarsi dalla realtà, che invece è molto più complessa, contraddittoria e, spesso, priva di un vero punto di inizio o di fine.

Ed è qui che il film fa qualcosa di importante: decide di non semplificare. Non cerca una causa unica, non costruisce una spiegazione rassicurante. Mostra piuttosto un insieme di fattori, emotivi, familiari, relazionali, che si intrecciano senza mai diventare una formula chiara. Ed è proprio questa mancanza di linearità a renderlo più vicino alla realtà.

Recensione di Qualcosa di Lilla: uno sguardo onesto, senza scorciatoie

Quello che colpisce davvero in Qualcosa di Lilla è il modo in cui sceglie di raccontare la malattia. Non c’è spettacolarizzazione, non c’è compiacimento. La regia resta sempre vicina ai personaggi, ma senza invadere, senza forzare momenti emotivi che non nascono naturalmente.

Il punto di vista non è mai unico. Certo, seguiamo Nicole, entriamo nei suoi silenzi, nei suoi gesti ripetuti, nei suoi momenti di solitudine. Ma il film allarga continuamente lo sguardo, mostrando anche ciò che accade intorno a lei. E qui emerge uno degli elementi più riusciti: il racconto dei genitori.

Spesso, in questo tipo di storie, gli adulti vengono ridotti a figure secondarie o stereotipate: assenti, distratti, colpevoli. Qui invece sono presenti, ma disorientati. Cercano di capire, sbagliano, provano ad avvicinarsi e finiscono per allontanarsi ancora di più. Non hanno gli strumenti, e Qualcosa di Lilla non li giudica per questo.

qualcosa-di-lilla-2-scaled Qualcosa di Lilla: trama, cast e perché questo film sui disturbi alimentari è necessario

È una rappresentazione rara, perché mostra quanto sia difficile, anche per chi ama davvero, riconoscere un disturbo alimentare. Non ci sono segnali eclatanti, non c’è un momento preciso in cui tutto diventa evidente. C’è piuttosto una progressiva perdita di comunicazione, una distanza che cresce senza che nessuno riesca a fermarla in tempo.

Anche i personaggi secondari di Qualcosa di Lilla contribuiscono a questa visione più complessa. L’amica che introduce Nicole a nuove dinamiche non è un antagonista, non è una figura negativa in senso classico. È, piuttosto, un’altra ragazza dentro lo stesso sistema di fragilità, qualcuno che amplifica un disagio già esistente.

Il risultato è un racconto che evita i cliché e che rinuncia volutamente a una struttura rassicurante. Non c’è una vera catarsi, non c’è una soluzione netta. E questa scelta può lasciare spiazzati, ma è anche ciò che rende il film più credibile.

Qualcosa di Lilla lascia qualcosa, senza chiudere tutto

Qualcosa di Lilla non è un film che si esaurisce durante la visione. Rimane addosso, torna nei pensieri, soprattutto perché non offre risposte facili. Non dice “ecco cosa fare”, non costruisce un percorso di guarigione lineare. Fa qualcosa di più utile: apre uno spazio. Uno spazio in cui riconoscere la complessità dei disturbi alimentari, in cui accettare che non tutto è immediatamente comprensibile, in cui anche chi sta accanto, come genitori, familiari e amici, può sentirsi perso.

Ed è proprio questo a renderlo necessario oggi. In un panorama televisivo che spesso cerca la semplificazione, questo film sceglie la strada più difficile: quella dell’ambiguità, della lentezza, dell’ascolto.

Qualcosa di Lilla è un film imperfetto, ma profondamente onesto. Non cerca di essere definitivo, né di spiegare tutto. Si limita, e non è poco, a raccontare. E nel farlo, riesce a dare visibilità a una malattia che troppo spesso resta nascosta, fraintesa o banalizzata.

Parlare di bulimia non è semplice, e proprio per questo è fondamentale.
E film come questo dimostrano che è possibile farlo senza cadere negli stereotipi, senza tradire la realtà, senza perdere umanità.

Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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