Vannacci si incorona guida della “destra autentica”: attacchi a Meloni e Salvini, deportazioni e vecchi slogan in cerca di una nuova casa politica
Se fino a pochi mesi fa Roberto Vannacci rappresentava una risorsa elettorale per la Lega, oggi il rapporto con Matteo Salvini sembra essersi trasformato in una guerra fredda. Durante l’intervista a Otto e mezzo, l’ex generale ha accusato il leader del Carroccio di averlo utilizzato per raccogliere consenso, ribaltando completamente la narrazione degli ultimi anni. «Non l’ho usato io, lui ha usato me per prendere 500mila voti», ha dichiarato, sostenendo che i circa 100mila iscritti raccolti in pochi mesi da Futuro Nazionale dimostrerebbero come una parte del suo elettorato non fosse realmente interessata alla Lega, ma alla sua figura.
Le critiche, però, non si fermano a Salvini. Anche Giorgia Meloni finisce nel mirino, pur con toni più cauti. Vannacci riconosce alla presidente del Consiglio una matrice ideologica che considera ancora genuinamente conservatrice, ma la accusa di non aver tradotto quella visione in risultati concreti. «Molte delle cose proposte non sono state realizzate», afferma, citando le tre grandi riforme annunciate dal governo (premierato, autonomia differenziata e riforma della giustizia) che, a suo dire, non sarebbero mai state realmente portate a termine.

L’affondo più significativo arriva quando si autoproclama correttivo della rotta del centrodestra: «Credo che Meloni sia ancora una destra autentica, ma probabilmente dovrebbe dimostrarlo un po’ di più. È una destra che ha perso la trebisonda; Vannacci è il sestante che fa il punto nave e riporta sulla giusta rotta». Una dichiarazione che fotografa perfettamente la strategia dell’ex generale: non proporsi come alleato subordinato del centrodestra, ma come alternativa interna a un’area politica che considera troppo moderata e distante dalle promesse fatte agli elettori.
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ToggleQuando la parola “deportazione” torna nel dibattito politico
Il passaggio più controverso dell’intervista riguarda inevitabilmente l’immigrazione. Vannacci ha ribadito la necessità di procedere con quella che definisce «remigrazione», termine sempre più utilizzato da alcuni movimenti nazionalisti europei per indicare il trasferimento forzato di immigrati e stranieri verso i Paesi d’origine o verso Stati terzi.
«In primo luogo vanno remigrati coloro che non hanno motivo e diritto di essere da noi. Sono la maggior parte», ha dichiarato. Secondo il leader di Futuro Nazionale, il processo dovrebbe passare attraverso l’ampliamento dei CPR e l’applicazione più rigorosa degli accordi internazionali già esistenti. Alla domanda se questo significhi deportazioni, la risposta è stata netta: «Se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo».
È difficile ignorare il peso storico di una parola simile. “Deportazione” non è un termine neutro o amministrativo. Richiama alcune delle pagine più drammatiche della storia europea e proprio per questo il suo utilizzo da parte di un leader politico non può essere liquidato come una semplice provocazione linguistica. Al contrario, sembra inserirsi perfettamente nella strategia comunicativa di Vannacci: utilizzare parole forti per occupare il centro del dibattito pubblico e consolidare il consenso di chi considera troppo deboli le attuali politiche migratorie.
Anche sul piano economico, la sua analisi segue uno schema ormai consolidato. Secondo Vannacci, l’immigrazione rappresenterebbe un peso per il sistema fiscale e per il welfare nazionale. «Gli immigrati pagano pochissime tasse e non contribuiscono allo stato sociale», sostiene. Una lettura che però semplifica una realtà molto più complessa e che continua a dividere economisti, sociologi e analisti politici.
La “sporca dozzina” e il populismo dell’anti-establishment
Nel tentativo di costruire la propria identità politica, Vannacci ha scelto di presentarsi come l’uomo estraneo alle logiche tradizionali dei partiti. Non a caso, parlando dei dirigenti che lo hanno seguito nella nuova avventura politica, ha utilizzato un’espressione destinata a far discutere: «I miei sono i rifiuti degli altri, quello che avanza. A me sta bene, voglio la sporca dozzina».
Una frase che richiama volutamente la retorica anti-establishment e che prova a trasformare una potenziale debolezza, come l’arrivo di ex militanti e dirigenti provenienti da altre formazioni, in un punto di forza. L’obiettivo è quello di accreditarsi come outsider, nonostante abbia ormai alle spalle una lunga esperienza nelle istituzioni europee e nella politica nazionale.

È una strategia già vista molte volte negli ultimi anni: presentarsi come vittima del sistema pur essendone parte integrante. Una narrazione che continua a trovare consenso in una parte dell’elettorato sempre più sfiduciata nei confronti delle forze politiche tradizionali.
Diritti LGBTQ+, la stessa retorica di sempre
Anche sui diritti civili Vannacci non cambia linea. La famiglia naturale resta il cardine della sua visione politica, mentre le rivendicazioni delle persone LGBTQ+ vengono ricondotte a una questione privata. «Non li metto alla porta, ma non li invito alle riunioni di partito», ha dichiarato, aggiungendo di voler continuare a promuovere quella che definisce «famiglia naturale».
La frase che più farà discutere arriva però subito dopo: «Non capisco perché il frutto di un orientamento sessuale, quindi di un gusto personale, debba dare luogo a diritti». Ed è proprio qui che emerge uno dei principali limiti della sua argomentazione. I diritti civili non nascono per premiare un orientamento sessuale, ma per garantire l’uguaglianza giuridica e la protezione contro discriminazioni che per decenni hanno colpito milioni di persone. Ridurre il tema a una questione di “gusti personali” significa ignorare completamente la dimensione sociale, culturale e giuridica della battaglia per i diritti LGBTQ+.
Un progetto politico che punta allo scontro

L’impressione che emerge dall’intervista è quella di un leader intenzionato a occupare uno spazio ancora più radicale rispetto a quello già presidiato dal centrodestra italiano. Vannacci continua a respingere l’etichetta di estrema destra, preferendo definirsi «di destra autentica, fiera di essere destra e non rinnega nulla della propria identità». Eppure gran parte delle sue posizioni, dall’immigrazione ai diritti civili, fino alla retorica della remigrazione e delle deportazioni, sembrano costruite proprio per parlare a quell’elettorato che considera insufficiente l’azione del governo Meloni.
La nascita di Futuro Nazionale rappresenta quindi una sfida non solo per la Lega, che rischia di perdere una parte del suo elettorato più identitario, ma per l’intero equilibrio del centrodestra. Perché se c’è una cosa che Vannacci ha dimostrato ancora una volta a Otto e mezzo, è che non vuole più essere una semplice figura simbolica o un candidato utile a raccogliere preferenze. Vuole diventare un protagonista politico autonomo, pronto a misurare il proprio consenso contro quello degli stessi alleati che fino a ieri lo avevano portato nelle istituzioni.
Disamina molto attenta e profonda di @AUniversale su Vannacci a ottoemezzo:
— 𝕮𝖔𝖓𝖘𝖙𝖆𝖓𝖙𝖎𝖓𝖊 𝕸𝖔𝖗𝖓𝖎𝖓𝖌𝖘𝖙𝖆𝖗 (@Flexgrimmy_) June 11, 2026
Premetto che mi sono risparmiato l'orrore a quanto vedo.
🤦
"Pensavamo che con Salvini avessimo toccato il fondo. Poi la Lega ha impugnato la trivella: e dal sottosuolo, sull'attenti, è spuntato… pic.twitter.com/fyhbrR6to5
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






