La Polonia blocca il riconoscimento dei matrimoni gay celebrati all’estero: scontro tra Corte costituzionale e governo
Nuovo scontro istituzionale in Polonia sul tema dei diritti delle coppie dello stesso sesso. Il Tribunale costituzionale polacco ha dichiarato parzialmente incostituzionale il nuovo regolamento che avrebbe consentito la registrazione in Polonia dei certificati di matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero. La decisione, però, è stata immediatamente contestata dal governo, che considera il Tribunale privo di legittimità e ha annunciato che non applicherà la sentenza.

La vicenda riaccende il dibattito sui diritti LGBTQ+ nel Paese e, allo stesso tempo, mette nuovamente in evidenza il profondo conflitto tra le istituzioni polacche e la magistratura costituzionale, al centro di una lunga crisi dello Stato di diritto.
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ToggleCosa prevedeva il nuovo regolamento
In Polonia i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono riconosciuti e le coppie omosessuali non possono nemmeno accedere alle unioni civili. Fino a quest’anno, inoltre, chi si sposava all’estero non aveva la possibilità di registrare il proprio certificato di matrimonio nei registri civili polacchi.
La situazione era però cambiata dopo una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) e una decisione della Corte amministrativa suprema polacca, che avevano stabilito l’obbligo di riconoscere almeno la registrazione dei certificati esteri. Per adeguarsi a queste pronunce, il Ministero degli Affari Digitali aveva modificato i moduli utilizzati dagli uffici di stato civile. Al posto delle tradizionali caselle separate “uomo” e “donna”, i nuovi documenti riportavano la dicitura “uomo/donna”, consentendo così la registrazione anche dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati fuori dalla Polonia. L’entrata in vigore della misura era prevista per il 23 agosto.
La decisione del Tribunale costituzionale

Il regolamento è stato però impugnato dai parlamentari del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS), secondo cui il ministero avrebbe oltrepassato le proprie competenze modificando, di fatto, il significato giuridico del matrimonio.
Il Tribunale costituzionale ha accolto questa interpretazione, stabilendo che il regolamento non rappresentava una semplice modifica tecnica dei documenti amministrativi, ma introduceva effetti incompatibili con la Costituzione polacca. Secondo i giudici, infatti, la Costituzione definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna e qualsiasi cambiamento in questo senso dovrebbe passare attraverso una modifica costituzionale o una nuova legge approvata dal Parlamento, non attraverso un semplice regolamento ministeriale.
Il governo: “La sentenza non ha alcun valore”
La risposta dell’esecutivo non si è fatta attendere. Il governo guidato dalla coalizione europeista, entrata in carica nel 2023 dopo la sconfitta del PiS, continua infatti a considerare il Tribunale costituzionale un organo non legittimamente composto.
Il ministro degli Affari Digitali Krzysztof Gawkowski ha definito il Tribunale “illegale” e ha dichiarato che il governo continuerà ad applicare il regolamento come previsto. Secondo il ministro, la registrazione dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero resterà pienamente valida. Ha inoltre ricordato che, fino a questo momento, 184 coppie dello stesso sesso hanno già ottenuto la trascrizione del proprio certificato di matrimonio nei registri polacchi.
Nielegalny Trybunał Konstytucyjny po raz kolejny próbuje zatrzymać państwo, które wykonuje obowiązujące prawo i wyroki europejskich sądów.
— Krzysztof Gawkowski (@KGawkowski) July 28, 2026
Transkrypcja zagranicznych aktów małżeństw jednopłciowych jest i będzie legalna.
Rozporządzenie, które przyjęliśmy porządkuje dokumenty i…
Anche Katarzyna Kotula, ministra incaricata delle politiche per l’uguaglianza, ha ribadito che la decisione del Tribunale “non produce alcun effetto giuridico”.
Una questione che riapre lo scontro con l’Unione Europea
La decisione rischia di riaccendere anche le tensioni tra Varsavia e Bruxelles. Negli ultimi anni, infatti, la Polonia è stata più volte criticata dalle istituzioni europee per le politiche considerate discriminatorie nei confronti della comunità LGBTQ+. Durante i governi guidati da Diritto e Giustizia, la Commissione europea ha avviato procedure d’infrazione e bloccato l’erogazione di alcuni finanziamenti destinati ai comuni che avevano adottato le cosiddette “zone libere dall’ideologia LGBT”, ritenute incompatibili con i principi fondamentali dell’Unione.

L’Unione Europea ha più volte ricordato che il rispetto dello Stato di diritto, della dignità umana, della non discriminazione e dell’uguaglianza rappresenta uno dei valori fondanti sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea. Per Bruxelles, il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone LGBTQ+ rientra proprio nel rispetto di questi principi, motivo per cui negli ultimi anni i rapporti con Varsavia sono stati spesso particolarmente tesi.
Una crisi istituzionale che dura da anni
La vicenda si inserisce nella più ampia crisi dello Stato di diritto che interessa la Polonia da quasi un decennio. Nel 2015 l’allora presidente Andrzej Duda rifiutò di nominare tre giudici regolarmente eletti dal Parlamento. Poco dopo il partito Diritto e Giustizia vinse le elezioni legislative e sostituì quei magistrati con candidati vicini alla nuova maggioranza.
Da allora numerose sentenze dei tribunali polacchi ed europei hanno ritenuto illegittima la composizione del Tribunale costituzionale. Per questo motivo l’attuale governo non riconosce la validità delle sue decisioni, sostenendo che l’organo sia stato profondamente politicizzato durante gli anni di governo del PiS. Negli ultimi mesi l’esecutivo ha ricominciato a nominare nuovi giudici costituzionali, ma anche questo processo è bloccato dal presidente Karol Nawrocki, vicino al PiS, che si rifiuta di far prestare giuramento ad alcuni dei magistrati designati.
I diritti delle coppie LGBTQ+ restano un tema aperto
Al di là dello scontro istituzionale, la questione conferma come la Polonia continui a essere uno dei Paesi europei più restrittivi sul riconoscimento delle coppie dello stesso sesso. Attualmente non esistono né il matrimonio egualitario né le unioni civili e un recente disegno di legge che avrebbe introdotto una forma limitata di riconoscimento per le coppie non sposate è stato bloccato dal presidente della Repubblica.
La disputa sulla trascrizione dei matrimoni celebrati all’estero rappresenta quindi soltanto uno degli ultimi capitoli di un dibattito destinato a proseguire, tra le richieste di adeguamento alle sentenze europee e una normativa nazionale che continua a mantenere una definizione tradizionale del matrimonio. Ancora una volta, la Polonia si trova così al centro del confronto tra diritto nazionale e principi europei, in un equilibrio che continua a dividere politica, istituzioni e società civile.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


