Patrick Zaki: oggi il processo dopo 584 giorni di detenzione

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Non si devono spegnere i riflettori sul caso di Patrick Zaki, soprattutto in questi giorni in cui lo studente dell’Università di Bologna che era tornato in Egitto per passare del tempo con la sua famiglia si prepara a essere processato dopo 584 giorni, dopo più di un anno e mezzo di detenzione. Negli scorsi mesi avevamo parlato di lui perché lo Stato italiano aveva deciso, con 208 voti favorevoli, nessun contrario e 33 astenuti (tutti di Fratelli d’Italia), di conferire al ragazzo la cittadinanza italiana. Al Senato si presentò anche la senatrice a vita Liliana Segre, felicissima di poter dare una mano al ragazzo che da più di un anno è prigioniero.

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Patrick Zaki

Ormai non dovrebbe esserci nessuno che non conosce la storia di Patrick Zaki, ma per chi non lo sapesse riassumiamo in breve: Patrick è un attivista e ricercatore egiziano che dall’8 febbraio 2020 si trova in detenzione preventiva fino a data da destinarsi, ma rischierebbe fino a 25 anni di carcere solo per dieci post di un profilo facebook che la sua difesa considera falso. Dopo mesi, solo il 25 agosto sua madre lo ha potuto incontrare, dicendole che in tutti quei mesi le aveva scritto almeno 20 lettere, tuttavia la donna ne ha ricevute solamente due, molto brevi.

Le udienze sul suo processo si sono tenute a luglio, nella seconda Patrick Zaki ha consultato per la prima volta i suoi avvocati e, in quell’occasione, gli avvocati lo hanno visto molto dimagrito. A settembre il tribunale ha rinviato l’udienza che ci sarebbe dovuta essere. A dicembre, invece, il giudice della terza sezione antiterrorismo del tribunale del Cairo ha annunciato che Patrick Zaki, studente dell’università di Bologna, sarebbe dovuto rimanere in custodia cautelare per altri 45 giorni.

Patrick Zaki si trovava nel suo paese solo per una vacanza con i suoi cari, prendendosi una breve pausa dallo studio, tuttavia è stato arrestato per «incitamento alla protesta» e «istigazione a crimini terroristici». Amnesty, che ha creato un appello per la sua libertà, fa anche sapere che gli agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA) «hanno tenuto Patrick bendato e ammanettato durante il suo interrogatorio all’aeroporto durato 17 ore. Patrick è stato picchiato sulla pancia e sulla schiena e torturato con scosse elettriche».

Patrick Zaki: oggi l’udienza

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Patrick Zaki

Non abbiamo ancora ulteriori notizie su come sia andato il processo, ma non appena le avremo aggiorneremo l’articolo, speriamo con buone notizie. Intanto Patrick Zaki è andata al tribunale di Mansoura, in Egitto, per affrontare l’udienza che lo ha tenuto chiuso in custodia preventiva come se fosse un assassino con l’accusa di «diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese», rischiando una multa e fino a cinque anni di carcere. Questo ci dimostra come opera una dittatura, e soprattutto è uno schiaffo in faccia a tutti coloro che ritengono di essere in dittatura sanitaria, spargendo fake news.

Fortunatamente i capi di accusa più gravi che gli avrebbero fatto rischiare fino a 25 anni e che si basavano su post di Facebook che però gli avvocati hanno dimostrato essere falsi, sono caduti. Questi erano incitamento al «rovesciamento del regime» e al «crimine terroristico. Al Corriere uno degli attivisti della campagna per liberare Patrick Zaki, ha detto che «questa svolta però non significa niente: i magistrati potrebbero assolverlo e poi processarlo di nuovo». C’è comunque da dire che il tribunale non è più quello del Cairo specializzato nei procedimenti per terrorismo ma quello di Mansoura, per «reati minori».

La sentenza potrebbe essere emessa già oggi e non è appellabile. Delle ong egiziane per la difesa dei diritti umani hanno detto gli scorsi giorni che «il rinvio a giudizio di Patrick davanti a un tribunale eccezionale le cui decisioni non sono impugnabili, e con «l’accusa» di aver pubblicato un articolo in cui racconta i fatti della sua vita di cristiano egiziano» non fa altro che «confermare che l’unico motivo per privarlo della sua libertà dal suo arresto nel febbraio 2020 è il suo legittimo esercizio della libertà di espressione per difendere i suoi diritti e quelli di tutti gli egiziani, in particolare i copti, all’uguaglianza e piena cittadinanza».

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Fonte: Twitter

Il portavoce di Amnesty, Riccardo Noury, ha invece affermato che «purtroppo era previsto che con l’approssimarsi della fine della detenzione preventiva dei 24 mesi, da quell’enorme castello di prove segrete mai messe a disposizione della difesa sarebbe stata presa una delle tante per mandarlo a processo. È uno scritto del 2019 in cui Patrick avrebbe preso le difese della minoranza copta perseguitata in Egitto». Per lui «è fondamentale che il governo italiano dia seguito alla richiesta del Parlamento italiano di concedere allo studente la cittadinanza italiana» e si alzi i toni con il regime di Abdel Fattah Al Sisi perché «ogni minuto che passa è perso».

In aula, per il processo, ci sono oltre alla sua famiglia dei rappresentati diplomatici delle ambasciate al Cairo di Italia, Germania, Canada e Unione Europea. Anche il rettore dell’Università di Bologna Francesco Ubertini ha mandato un messaggio riguardo il suo studente: «Io credo che in questo momento serva la massima attenzione da parte di tutte le diplomazie, dell’Europa, dell’Italia, perché è un passaggio molto molto delicato. Noi lo stiamo seguendo con molta trepidazione e poi oggi a sera vedremo cosa è successo».

Adesso non ci resta, ancora, che attendere, e sperare che il governo italiano si ricordi davvero di Patrick Zaki, dello studente che da 584 giorni si trova in carcere per aver scritto un post su Facebook. In attesa di notizie, vediamo i messaggi che le persone lasciano per Patrick sul web.

Aggiornamento

È durato pochissimi minuto il processo per Patrick Zaki, e l’udienza è stata rinviata di due settimane, al 28 settembre. Sul web si continua a chiedere al governo italiano di accettare la cittadinanza al ragazzo egiziano studente in Italia e che al momento rischia 5 anni di carcere. Il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, ha detto all’ANSA:

«È una notizia che evita lo scenario peggiore quella di una sentenza emessa al termine della prima udienza. Ora c’è del tempo davanti per preparare la difesa, per sperare che ci sia un giudice imparziale, per vedere finalmente Patrick libero e non in manette come lo abbiamo visto oggi. Come sempre questo tempo, che passa da un momento all’altro della vicenda processuale di Patrick Zaki, dovrebbe essere utilizzato per fare pressioni sulle autorità del Cairo perché pongano fine a questo incubo. Per il momento nonostante la situazione veramente drammatica è quasi un sospiro di sollievo perché lo scenario peggiore era quello di una condanna immediata e inappellabile»

I messaggi per Patrick

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