Cloe Bianco: archiviato il caso della docente suicidatasi

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La storia di Cloe Bianco è una di quelle storie che vorremmo non leggere perché ci fanno arrabbiare, perché non ci capacitiamo di come una persona politica si senta autorizzata a umiliare sui social una donna solo in quanto trans, e adesso avremmo voluto non leggere che il suo caso è stato archiviato e quindi non c’è stata alcuna istigazione al suicidio. E questo ci fa indignare, ci fa venire voglia di manifestare in suo nome, ma per adesso ci limiteremo a non far cadere nel dimenticatoio la storia di una donna che se fosse stata accettata dalla società, non si sarebbe suicidata.

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Cloe Bianco si è uccisa, ma è anche stata uccisa, e viene uccisa ogni giorno in cui una persona LGBT viene discriminata, ogni volta che l’Assessora Donazzan continua a fare il suo lavoro con odio omotransfobico, e in questo caso addirittura contro degli adolescenti (e rendiamoci conto di quanto questo possa essere pericoloso). Vi riportiamo il report del sito LGBT italiano, Gay.it, sulle responsabilità politiche e civili che hanno indotto Cloe Bianco a compiere il gesto estremo:

  1. La Regione Veneto e nello specifico l’assessora Donazzan hanno istituito linee guida al fine di favorire un armonioso inserimento di insegnanti transgender o hanno abbandonato studenti e insegnanti a se stessi?
  2. Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia non ritiene opportuno ritirare la delega alle Pari Opportunità all’assessora Elena Donazzan per mancato svolgimento del proprio ruolo?
  3. Perché l’assessora Elena Donazzan da poche ore ha deciso di chiudere i proprio social network in forma privata?
  4. La Regione Veneto e nello specifico l’assessora Donazzan con i suoi post e le sue definizioni “carnevalata”, e “signore vestito da donna” hanno favorito il clima di emarginazione che ha indotto al suicidio Cloe Bianco?
  5. Nel paese il cui Senato applaude simbolicamente contro le persone LGBTQIA+, le responsabilità politiche risiedono a Roma e in Parlamento, ma certamente nella tragedia di Cloe Bianco c’è qualcosa in più su cui è necessario andare a fondo. Ci sono responsabilità giudiziarie da parte della Regione Veneto e dell’assessora Donazzan?
  6. Gli avvocati di Donazzan hanno consigliato di rendere privati i social network dell’assessora come forma di precauzione legale?

Potrebbe interessarvi leggere di più riguardo a come la politica ha reagito al suicidio di Cloe Bianco (trovate la sua storia sia alla fine di quest’articolo che in quello linkato): Cloe Bianco: quando la transfobia continua anche dopo un suicidio.

Potrebbe interessarvi anche: Assessore all’Istruzione veneto canta Faccetta Nera

Archiviato il caso di Cloe Bianco: non sarebbe stata istigata al suicidio

Il caso di morte di Cloe Bianco è stato archiviato, in quanto secondo la Procura, nessuno l’avrebbe istigata al suicidio. La donna non si era suicidata con delle pillole, non si era autolesionata tantomeno aveva deciso di impiccarsi. Ha scelto di morire sul rogo, come venivano uccise le persone accusate di stregoneria, che altro non erano che persone diverse, fuori dall’ordinario, e anche uno dei modi in cui si soffre maggiormente. Per il suo suicidio, la Procura di Belluno aveva aperto un fascicolo contro ignoti e senza ipotesi di reato.

Fu subito esclusa la pista dell’omicidio in quanto le verifiche svolte dai vigili del fuoco e le indagini coordinate dalla magistratura bellunese non hanno individuato alcuna circostanza che lasci presumere profili di responsabilità da parte di altre persone, ma per la responsabilità morale c’erano diverse testate o esponenti politici che si erano arrogati il diritto di giudicare la docente solo perché transgender. Per la Procura, però, nessuno può essere incolpato per la morte di Cloe Bianco, nonostante qualcuno continui a spalare odio su di lei anche dopo la sua morte.

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Manifestazioni per far avere giustizia a Cloe Bianco

Il corpo dell’insegnante di fisica è stato trovato carbonizzato al punto che fu necessario il test del dna per riconoscere la sua identità. Le indagini coordinate dalla pm Marta Tollardo hanno portato subito a galla la storia che Cloe Bianco ha dovuto vivere, completamente sola. Dall’allontanamento della scuola dove insegnava, ai vari post sui social da parte di Elena Donazzan e altri. Ma per la Procura, lo Stato che l’ha allontanata dalla scuola solo perché trangender, non è responsabile del suicidio di Cloe Bianco.

Sul suo blog scrisse:  «Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato, porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto». Cloe, ti chiediamo scusa a nome di tutti. Che tu possa riposare in pace, essendo te stessa.

La storia di Cloe Bianco

Riportiamo la storia di Cloe Bianco, affinché nessuno, anche l’assessora Elena Donazzan che cancella i post e blocca i commenti delle persone che continuano a scrivere il suo nome nel suo profilo Instagram, dimentichi mai quello che una donna ha patito anche a causa di una Regione.

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Originaria di Marcon, in provincia di Venezia, aveva 58 anni. Scriveva su un blog, proprio quello dove ha annunciato la sua morte. Aveva lavorato come docente in diverse scuole superiori e, nella sua zona, era conosciuta perché nel 2015 aveva fatto coming out anche a scuola, cominciando a presentarsi a scuola con abiti femminili. Da lì, nacque una gravissima polemica che ha coinvolto anche la politica, che si è dimostrata essere di un’insensibilità che un politico non dovrebbe avere.

Quando si è presentata con abiti che la facevano sentire a proprio agio, lavorava come insegnante all’istituto tecnico Scarpa-Mattei di San Donà di Piave (in provincia di Venezia) ed era appena diventata insegnante di ruolo. Aveva quindi avvisato il preside, si era presentata in aula vestita da donna e con una parrucca, spiegando alla classe le proprie motivazioni. Ma mentre la generazione di oggi è pronta, è comprensiva e sensibile, i genitori spesso non lo sono, e il padre di uno studente ha scritto una lettera all’allora assessora all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan (eletta con Fratelli d’Italia).

Nel testo si lamentava di come si fosse ridotta la scuola, sottolineando di averla voluta mettere «al corrente di quanto accaduto sperando che con il suo ruolo di assessore alle Politiche dell’Istruzione possa fare qualcosa perché in futuro queste cose non accadano più». E cos’ha fatto l’assessora, invece di andare incontro a una professoressa? Ovviamente ha pubblicato la lettera dicendo che avrebbe chiesto «di prendere dei provvedimenti. La sua sfera dell’affettività è un fatto personale. Ma quello che è accaduto è grave. Ci preoccupiamo molto del presepio a scuola per non urtare la sensibilità degli studenti musulmani. E questo allora?».

Ma un ragazzino trans che vede la propria docente, anch’essa trans, venire discriminata in questo modo, come può sentirsi? Come può reagire? Come può sentirsi incluso? Perché ci dicono sempre di voler proteggere i bambini e i ragazzi, ma così li portano solo alla sofferenza e, in casi più gravi, al suicidio. Solo qualche settimana fa abbiamo pianto Sasha, un 15enne trans di Catania, che si è suicidato. E poi hanno il coraggio di dire che non sono transfobici.

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